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Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
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DELLE BELLE LETTERE.

al primo, il Machiavelli al secondo: imperocchéquesti , avendo a trattar materie grandi cd impor-tanti, quali sono le politiche, più che degli orna-menti dell* elocuzione, doveva curarsi, come fece,della chiarezza , della brevità e della forza. Tantopiù dovette egli ciò fare, quanto die trattava eglile sue materie istruttivamente; la qual cosa richie-de uno stile ancora più semplice e naturale, comevedremo e confermeremo colle ragioni e con gliesempi a luogo più accomodato. Da quanto ahbiamdetto non si dee però conchiudere che sia da ap-provarsi interamente lo stile della Storia fiorentina,de’ Discorsi sopra Tito Livio, dell'arte della guer-ra, o simili altre opere del Segretario, come nep-pure è da interamente approvarsi quello del Boc-caccio. Il difetto particolare del Machiavelli si èd’esser frequentemente caduto nelle forme basse etriviali del popolo per troppa voglia d’ esser sem-plice e naturale nel suo scrivere , come e difettoparticolare del Boccaccio il cader più volte in espres-sioni poetiche per troppa voglia d’essere splendidoed ornato. Apprendasi adunque che le opere diamenduc questi scrittori eccellenti posson esser egual-mente profittevoli alla lingua ed alla eloquenza ita-liana quando i loro stili giudiziosamente si appli-chino alle materie che li comportano e quando sisfuggano i difetti che di loro accennati si sono.Soltanto si avvertisca che il Segretario scrisse conassai diversa cura d* elocuzione e di stile le sueopere; anzi talora in un’opera medesima alle voltefu egli più corretto e pulito, alle volte meno, comealcuni osservano massimamente nelle sue Storie Jìo -reatine . A detta degl’intendenti, i Discorsi di luisopra Tito Livio , siccome sono il capo d'opera dilui, così sono anche meglio scritti. Vogliono ancorache ìe sue Commedie, quanto allo stile che ad esseconviene , sieno eccellentemente dettate ; così purela Novella di lìelfegorre: e se il piccolo Dialogosopra Dante, che fu la prima volta stampato inFirenze l’anno 1730 dietro all’ Ercolano del Varchie che viene attribuito al Machiavelli, è veramenteopera di lui, esso può passare per uno de’più ec-cellenti modelli del dialogo famigliare che abbiala nostra lingua.

Ecco che appresso al Machiavelli , secondo l’or-dine dc’tempi, ci si presenta Pietro Bembo. Questoillustre autore fu il primo fra i non Toscani collapurità ed eleganza del suo scrivere in lingua vol-gare a dimostrare evidentemente che , senza essernato in quella provincia che ebbe la gloria di darea tutta ]’Italia la lingua nobile e comune , si po-teva eccellentemente comporre in verso ed in prosa.Anzi, siccome i Toscani de’ tempi poco innanzi alui succhiavano essi col latte la lingua, così poca oninna briga pigliavansi di porvi intorno qualchestudio, sia nella scelta delle parole, sia nel mododi accozzarle ed usarne regolarmente , come fattoavevano i primi scrittori della lingua, questi fuche ne raccolse e ne pubblicò le regole ad istru-zione non meno de’Toscani medesimi che deglialtri Italiani. L’Italia tutta va debitrice massi-mamente a costui della divolgazione e dell’ uso

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generale che poi 0 scrivendo e parlando si fece dellavolgar lingua. Imperocché egli e col suo esempioe colle pratiche fatte e con lo zelo continuo dimo-strato per essa, non solo animò gli altri Italiani adusarla trattando ogni sorta di materie , ma si puòdire con verità ch’egli sìa stato principal cagioneche i Toscani stessi seguitassero a farlo dietro aglieccellenti modelli de’pritni loro scrittori. Nello stessotempo che il giovane Bembo andava, per così dire,predicando per tutta l’Italia la volgar lingua e l’ec-cellenza de’suoi antichi scrittori, risorscr più chemai furiosi i pedanti e le fanatiche scuole, semprenemiche delle novità benché utili ed innocenti. E’volevano pure che non si avessero a scoprire alvolgo i sanluarj della loro dottrina , profanandolicon una lingua che sarebbe intesa anche dalle per-sone idiote da un capo all’altro dell’Italia. Permaggiore sventura trovavan costoro qualche plausi-bile fondamento onde screditare anche in Toscanae in Firenze medesima l’uso dello scrivere nellavolgar lingua, e mostravano di temere che la gio-ventù troppo vaga di questa novità non abbando-nasse del tutto lo studio delle lingue greca e lati-na. Introduccvansi ancora, come suol farsi per abuso,i motivi della religione e del buon costume, dicen-do che non era conveniente che si lasciasse invalerel’uso di questa lingua , nella quale l>eu presto sisarebbe osato trattare anche le cose sublimi dellateologia e delle Scritture, quaudo non si fosse postofreno alla tracotanza de’novatori ; e che la gioven-tù sarebbe divenuta scostumata, ritornando alla let-tura del Boccaccio e del Petrarca ed avvezzandosiad imitarli, trattando materie amorose e lascive.Per conferma di ciò merita d’esser notato quelloche Benedetto Varchi dice nel suo Ercolano ••« Quando, dic’egli, il magnanimo Giuliano fratellodi papa Leone era vivo, che sono più di quarantaanni passati , nel qual tempo la lingua fiorentina ,comcché altrove non si stimasse molto, era in Fi-renze per la maggior parte in dispregio ; e mi ri-cordo io, quando era giovanetto, che il primo epiù severo comandamento che facevano generalmentei padri a’ figliuoli e i maestri a’ discepoli era cheeglino né per bene nc per male non leggessenocose volgare ( per dirlo barbaramente come loro ) ; emaestro Guasparri Mariscotti da Maradi, che fu nel-la grammatica mio precettore, uomo di duri e rozzima di santissimi e buoni costumi, avendo una voltainteso in nou so che modo che Schiatta di Ber-nardo Bagnesi ed io leggevamo il Petrarca di na-scoso , ce nc diede una buona grida e poco mancòche non ci cacciasse di scuola. »» A queste parolesoggiugne il Varchi per mezzo d’ un altro interlo-cutore. « Dunque a Firenze, invece di maestri cheinsegnassero la lingua fiorentina, come anticamentesi faceva in Roma della romana, erano di quelli iquali confortavano, anti sforzavano a non imparar-la , anzi piuttosto a sdimenticarla. » Indi seguita ilVarchi medesimo: «E ancora oggi non ve ne man-cano; e credete a me che non bisognava né minorbontà né minor giudizio di quello dell’illustrissimoed eccellentissimo signor duca mio padrone. >* Ma