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Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
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Pag. 8 J col. 2 , V. 2.

Mirabilmente. Or qual più resta ornaiOnde colmar lue tasche inclito ingombro?

Ecco a molti colori oro distinto,

Ecco nobil testuggine su cuiVoluttuose immagini lo sguardoInvitan de gli eroi. Copia squisitaDi fumido rapè quivi è serbataE di Spagna oleoso , onde lontana,

Pur come suol fastidioso insetto ,

Da te fugga la noja. Ecco che smagliaCupido a le di circondar le ditaVivo splendor di preziose anella.

Ami la pietra ove si stanno ignudeSculte le Grazie e che il Giudeo ti feceCreder opra d* Argivi allor eh’ei chieseTanto tesoro e d’erudito il nomeTi comparti prostrandosi a’ tuoi piedi ?

Yuoi tu i lieti rubini ? O più t’aggradaSceglier quest* oggi l’indico adamanteLa dove il lusso incantala costrinseLa fatica e il sudor di cento buoiChe pria vagando per le tue campagneFacean sotto a i lor piè nascere i beni ?

Prendi o tutti o qual vuoi; ma l’aureo cerchioChe sculto intorno è d’amorosi moltiOgnor teco si vegga , e il minor ditoPremati alquanto e sovvenir ti facciaDell’ altrui fida sposa a cui se* caro.

Vengane al fin degli orìoi gemmatiVenga il duplice pondo; e a te dell’oroChe all’alte imprese dispensar convieneFaccia rigida prova : oimè che vagoArsenal minutissimo di cose (i)

Ciondola quindi, e ripercosso insieme

Molce con soavissimo tintinno 1

Ma v* hai tu il meglio ? Ahi si, che i miei precetti

Sagace prevenisti. Ecco risplende

Chiuso in breve cristallo il dolce pegno

Di fortunato amor: lungi, o profani.

Che a voi tant’oltre penetrar non lice.

Compiuto è il gran lavoro ecc. (v. 12 della stes-sa pag. e col.)

Pag. 8 , col. 2 , v. 26. Dopo il verso Portar deecure il variar dei giorni s* incontrano tanticambiamenti e traslazioni ne J testi a pennadell J autore che si crede necessario il dar tuttoinfero il seguente squarcio:

Tu dolce intanto prenderai sollazzoAd agitar fra le tranquille ditaDell’ orrolo i ciondoli vezzosi.

Signore, al ciel non è cosa più caraDi tua salute; e troppo a noi mortaliE il viver de* tuoi pari util tesoro.

Dopo è talor che da gli egregi affanniT’allevii alquanto e con pietosa manoIl teso per gran tempo arco Tallente.

Tu duuque allor die placida mattina

(l) Alcuni di questi versi trovansi anche nel te-sto originale.

Vestita riderò d’uu bel serenoEsci pedestre e le abbattute membraAll’aura salutar snoda e rinfranca.

Di nobil cuojo a te la gamba calziPurpureo stivaletto, onde giammaiNon profanin tuo piè la polve e il limoChe l’uom calpesta. A te s’avvolga intornoVeste leggiadra che sul fianco scioltaSventoli andando e le formose braccia .

Stringa in maniche anguste a cui vermiglioO cilestro ermesino orui gli estremi.

Del bel color che 1 * clitropio tigne

O pur d’orientai candido bisso

Voluminosa benda indi a te fasci

La snella gola. E il crin . . . Ma il crin, signore,

Forma non abbia ancor da la man dotta

Dell’ artefice suo ; che troppo fora,

Ahi troppo grave error lasciar tant’opraDe le licenziose aure iu balia.

Nè senz’ arte però vada negletto

Su gli òmeri a cader ; ma, o che natura

A te il nodrisca, o che da ignote fronti

Il più famoso parruccbier lo involi

E lo adatti al tuo capo , in sul tuo capo

Ripiegato l’afferri e lo sospenda

Con testugginei denti il pettin curvo.

Ampio cappello alfin che il disco agguagliDel gran lume febeo tutto ti copraE a lo sguardo profan tuo uume asconda.

Poi che così le belle membra ornateCon artificj negligenti avrai ,

Esci soletto a respirar talora1 mattutini fiati: e lieve cannaBrandendo con la nian , quasi balenoLe vie trascorri, e premi ed urta il vulgoCbe s’oppone al tuo corso. In altra guisaFora colpa l’uscir; però che andridnoMal dal vulgo distinti i primi eroi.

Tal giorno ancora, o d’ogni giorno forseFien qualch’ore serbate al molle ferroChe i peli a te rigermoglianti a penaD’in su la guancia miete ; e par che iovidiiCh’ altri fuor clic sè solo indaghi o scopraUnque il tuo sesso. Arroge a questo il giornoChe di lavacro universal couvientiTerger le vaghe membra. E ver che alloraD’ esser mortai dubiterai; ma innalzaTu allor la mente a i grandi aviti onoriChe fino a te per secoli cotantiMisti scesero al chiaro altero sangue.

E il pensicr ubbioso a par di nebbiaPer lo vasto vedrai aere smarrirsiÀi raggi de la gloria onde t’investi;

E di te pago sorgerai qual priaGran semideo cbe a sè solo somiglia.

Fama è così che il dì quinto le fateLoro salma immortai vedean coprirsiGià d’ orribili scaglie e in feda serpeVolta strisciar sul suolo , a sè facendoDe le inarcate spire impelo e forza.

Ma il primo sol le rivedea più belleFar beati gli amanti e a un volger d’occhi