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minato. E altrove abbiamo veduto (a ), che nella troppa re-golarità, e nella troppo metodica aggiustatezza degli scolarid’Isocrate trovava Longino l’indebolimento dell’eloquenza.Il perchè sembra, che chi cercare voglia Torigine della de-cadenza dell’arte oratoria ad Isocrate, o ad altri ancora piùantichi debba ricorrere, anziché al Falereo tanto posteriore.Ma di questo altrove tratteremo più lungamente. Ora egli èda osservare, che appunto dopo Isocrate in vece d’illanguidirel’eloquenza nuovo vigore acquistò e nuova forza nella boccad’Eschine, e di Demostene. Ma, ne’ romani accadde ben al-trimenti: appena cominciò a depravarsi il buongusto , e piùnon si vide un valente scrittore , che a sostener si studiasse lacaduta nobiltà ed eleganza latina. Dopo i felici tempi dellaromana letteratura dove trovar un poeta, che potesse emula-re la gloria di Teocrito, o di Callimaco, o di tant’altri, chedopo il bel secolo della Grecia seppero tenere in fiore lagreca poesia? Anzi neH’esaminare più attentamente le vesti-gia della letteratura delle due nazioni m’induco a pensare,che non si può dire depravato lo stile, e corrotto il gustoappo i greci, come pur troppo presso i romani si vide con-taminato; poiché d’uopo sarebbe a tal effetto, che un viziocaratteristico si ravvisasse ne’ scrittori greci, dal quale, comeda micidiale peste, il loro stile fosse intaccato . E questo vi-zio ne’ greci scritti noi trovo , ne’ quali non più vedo l’ele-ganza e la limatura dello stile, che in tutte le opere de’ fe-lici tempi della Grecia risplende, ma non iscopro però unmorbo comune, od un male epidemico, che universalmenteguasti, ed infetti gli scritti di tutti. Ciò, che non compariscene’ greci, si vede bensì ne’ latini, presso i quali s’introdusse ge-
(a) Cap. ni.
Tomo I.
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