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Tomo primo
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140
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Filosofìa,

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erano al loro genio molto conformi, e con tale avidità veni-vano ricevuti da’ dotti e dal popolo, che si credono comu-nemente parto dell’arabico ingegno . Il filosofo Tofail, secon-dando il genio di sua nazione, non istimò sconvenevole allafilosofica gravità esporre in un romanzo la più sublime filoso-fia . Quest’è il romanzo d’Hai figlio di Jordhan, il quale ab-bandonato da piccolo in un’isola deserta, ed allevato da unacapra, pensando poi, e meditando da sè in quella solitudinegiunse ad acquistare tali cognizioni delia natura e di Dio,quali in pochi libri de’ più profondi filosofi si ritrovano . Uezionei suo libro DelPorigine de romanci dà a questo le dovute lo-di , benché prende abbaglio nell’attribuirlo ad Avicenna, men-tre troppo evidenti sono le ragioni, che lo mostrano opera diJaafar Ebn Tofail, detto altresì Abu Becr, secondo il costumedegli arabi d’avere più nomi. Odoardo Pocok lo stimò degnodi presentarlo all’Europa letteraria tradotto in latino, ed illu-strato con una dottissima prefazione : molti inglesi poi l’han-no voluto ancora alla propria lingua recato 5 ed . altre nazionieziandio l’hanno distinto col medesimo onore ; e ciò, che tor-na a maggiore commendazione di questo romanzo, il granLeibnizio oltre al confessare il sommo piacere , che la letturadi esso gli recava, non dubitava d’asserire (a) potersi quindivedere, che gli arabi giunsero a pensare di Dio con tanta su-blimità come i cristiani. Ma tanto basti per dar ad intenderea’ troppo fastidiosi ninnici degli arabi, che questi seppero tra-scorrere tutti i campi dell’amena letteratura , e che non vide-ro in essi fiore, che tosto a’ loro giardini non trapiantassero.

Ma quantunque sì attentamente coltivassero gli arabi lebelle lettere, con maggiore profitto però s’applicarono alla

(a) Leibniz iana-..