Tavole
fonsine.
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temerario e d’irreligioso per quella sua ardita proposizione,che non l’empietà, nè l’irreligione, ma sibbene la forzadell’evidenza da lui conosciuta gli trasse spesse volte di boc-ca 5 cioè, che se Iddio ! avesse chiamato al suo consiglio quan—
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do fabbricò Vuniverso, le cose sarebbono andate in ordin mi-gliore. Esaminava Alfonso le opinioni dagli astronomi im-maginate per ispiegare i moti celesti, vedeva quell’inutilemoltitudine di sfere, quella complicazione di cicli e di epi-cicli vanamente introdotta per far girare i pianeti, e non po-teva darsi pace di tante cose superflue fabbricate a bella po-sta per sostenere ne’ loro corsi le stelle, che verun bisognonon aAevano di tali sostegni. Laonde, ben conoscendo collaperspicace sua mente con quanto maggiore simplicità potessesvolgersi queil’apparente complicazione, prorompeva nelle so-praddette mal intese parole, le quali altro non mostravanoche il suo scontento di sistemi tanto involuti, e le diritte suemire di più chiare e di più semplici spiegazioni. Il primopasso verso la verità è il conoscer l’errore, e forse all’arditez-za di tali espressioni, dure sì, ma non inopportune per av-ventura a porre in vista la sconvenevolezza del tolemmaico si-stema,, fu dovuta ne’ tempi posteriori l’idea del copernicano.Ma checché di ciò siasi, certo egli è, che Alfonso tutto ilcuore riposto aveva nello studio deH’astronoiru'a, e con ognisforzo i suoi progressi cercava . Quindi molti libri astronomi-ci greci ed arabici fece egli dall’arabico traslatare nell’idiomaspagnuolo. Le opere di Tolommeo, d’Albatenio, d’Halì, e dialtri astronomi si vedono per l’impegno d’Alfonso rese spa-gnuole, molte delle quali da questa lingua poi alla latina,più comune a’ letterati europei, furono trasportate .ai- Ma la più degna sua impresa, l’opera, che più servì arendere immortale ne’ fasti letterarj il nome d’Alfonso, quel-