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Tomo primo
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verone dalla Spagna, o confessarono esserci venato dalle manide’ saraceni. Se vero è, che Gerberto insegnò nella Francia enell’Italia questa nuova aritmetica, sarà ugualmente certo ch’eil’imparò nella Spagna. Ma a dire il vero, siccome confessonon avere argomento alcuno di negare a Gerberto questa co-gnizione, e la gloria d’averla ad altri comunicata, così nondubito d’asserire, che a troppo deboli fondamenti s’appoggianoquelli, che gliela vogliono accordare. Imperciocché quelle sueespressioni nella lettera a Costantino, donde si crede di rica-varla : Idem numerus modo simplex , modo composims , mine digi -tus , nunc consdtuatur ut articulus possono bensì applicarsi all’arabica aritmetica , ma ricevono tant’altri sensi, che non ba-stano a porgerne valevole ragione di fondare tale asserzione.A maggior intelligenza di queste cose farebbe d’uopo d’espor-re la dottrina degli antichi sopra il numerar digitale \ matroppo ci menerebbe lungi dal nostro argomento ; e a noibasta aver, detto, che se Gerberto ha conosciuto e fatto cono-scere le cifre nostrali, questo stesso è una prova, che quelleci vengono dagli arabi. Più fondatamente potrà asserirsi, cheGiovanni di Sacro-Bosco fosse il primo ad introdurre nellescuole fuor delia Spagna l’uso di tali cifre, non Vedendoseneinfatti monumento il più antico del suo libro De spkera , pub-blicato in Parigi verso la metà del secolo decimoterzo; poi-ché la sopraddetta opera di Leonardo scritta nel 1202, oltre-ché non godè molta pubblicità, magis quam ad theorìam , com’ei medesimo dice, spectat ad praedeam. Ma Giovanni di Sa-cro-Bosco, secondo il testimonio di Pietro Ramo addotto dalPapebrochio, riferiva agli arabi l’introduzione di quelle cifre.

A qual tempo s’incominciasse ad introdurre negli scrittidegli europei l’uso degli arabici numeri, non è si facile a de-terminare precisamente. Se Gerberto dalla Spagna l’avesse