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contrade d’oriente, venivano in que’ secoli colà tramandatedalla parte dell’occidente. Alcuni francesi voglion ripeteredalle crociate il genio delle favole e de’ romanzi, che sco-prono ne’ loro antenati. Ma a qual proposito andare fino al-la Siria a riportare col mezzo d’alcuni soldati il gusto orien-tale preso da’ loro nimici, con cui altro commercio non ave-vano che ostile e guerriero, mentre erano sì alla mano gliarabi di Spagna, co’ quali da molti secoli e francesi e spa-gnuoli usarono familiarmente ? Molti libri, di apologi, di fa-vole , di novelle istruttive d’Abu Navas, d’Alschancari, ed’altri antichi ed illustri poeti si ritrovano ancora presente-mente nella biblioteca dell’Escuriale. Fra* quali particolarerimembranza merita quello d’Abi Tali Moamad Ebn Alhaba-rat del regio sangue degli Abbassidi, in cui con filosofiche edingegnose novelle à^un ladro , àl’un monaco, éCun mercante , ed’altri simili personaggi sì frequentemente messi in iscena da’romanzisti, s’istruisce il lettore con profitto e con diletto nel-la più sana morale. Ciò fa vedere quanto fosse comune que-sto genio presso gli arabi, mentre i principi stessi non Sde-gnavano d’occuparsi in sì fatti componimenti. Che questopoi non. guari tardasse a comunicarsi agli spagnuoli, si ren-de assai verisimile dal vedere l’avidità , con cui fino dal prin-cipio tutti gli arabici studj abbracciarono . Noi abbiamo chia-ra memoria della fine dell’undecimo secolo e del principiodel duodecimo dell’uso, che ficevasi nella Spagna delle favo-le arabiche; poiché Pietro d’Alfonso, nato secondo alcuni allametà del secolo undecimo, ma secondo Niccolò Antonio nel62 del medesimo, compose al principio del seguente un librointitolato Dìscìplinae , e formollo , com’ei medesimo dice, exproverbiis philosophorum et suis castìgationibus arabicis , et fabuliset usibus partìm ex anitmlìum et volucrum similitudinibus etc.