LIBRO TERZO.
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più grande estensione, ed avremo le stesse facilità:che si hanno altrove, per pagare gli arretrati di cuiandiamo debitori.
Sembra però che l’Italia, benché chiuda un’il-lustre scuola di Economia, sia come insensibile aifavori che questa scienza sparge abbondantementesopra quelle nazioni che sanno profittare delle sue ,lezioni. Ne’tempi andati si videro Venezia , Genova yFirenze e Pisa , non solo per il Commercio divenirricche e floride,, ma figurare eziandio per qualchetempo tra le potenze, malgrado i limiti stretti de’loroterritorii. Esse forse sarebbero ancor tali, se nonavessero imprudentemente fatto della Fiandra undeposito delle loro Arti e delle loro Manifatture:questa le imitò; e giunta ad ottenere la preferenza,rovesciò il di loro Commercio sin da suoi più solidifondamenti.
Da quest’ epoca in poi, per un concorso di dolorosecagioni l’Industria Italiana, dopo di essersi a poco a,poco illanguidita, finalmente è pressoché del tuttoscomparsa. Gl’Italiani, una volta maestri ed inventori,oggi par che non abbiano neppur la forza di serviliimitatori. Tele, Panni, Mussolini, Seterie, Mobili di casa,Chincaglierie, insomma Manifatture di ogni specie siattendono dalle mani dello straniero. Non più Signori,gl’italiani al contrario sono veri tributarii.
Ma questa non è che la minor parte della nostravergogna ; evvi qualche cosa di peggio e di più.umiliante. Gli stranieri industriosi vengono a doman-darci le nostre Sete , le nostre Lane, i nostri Cotoni,