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plauso moltiplicare i versificatoriche scrivono e cantano e, come Iocavallette d’ Egitto, si propagano,peste ed infamia delle muse e del-la nazione. Questo soleva dire esoleva fare il Bevilacqua ; perciòquesti soli sono i lavori che di luisi leggono stampati, se non si vo-gliano aggiungere molte altre poe-sie volanti, e la versione ( bellissi-ma) di ciuque epistole del Petrar-ca inserita nella raccolta fattanedal dottor Rossetti di Trieste ,stampata in Milano del 1 85 1 pres-so la tipografi» dei classici italiani.Ma non erano questi i lavori su’quali dovesse non peritura stabi-lirsi la fama del Bevilacqua. Duene aveva compiuti onde infatica-bilmente spese tanti anni di vita,e tali riusciti da onorare l’autoree la patria letteratura ; vo’ dire ledue versioni degli Inni di Calli-maco e delle Georgiche di Virgi-lio. Voglio discorrerne non per al-tro che per sollecitare alla pubbli-cazione di esse chi ne tiene i ma-noscritti. Ottimamente ebbe a di-re la Staci che il trasportare dal-1’ una all’altra favella le opere ec-cellenti dell’ umano ingegno è ilbenefizio maggiore che far si pos-sa alle lettere, perchè il commer-cio de'pensieri è quello che hamaggiore e migliore profitto. Maa bene tradurre non basta il sape-re, non bastano le teorie, il gusto,la conoscenza delle lingue, il ge-nio portico ; vi occorre prima diogni altra cosa la corrispondenzadell’ anima tra 1’ autore ed il tra-duttore. La scelta quindi fatta dalBevilacqua degli autori e delle o-pcre da tradurre gli doveva torna-re opportunissima. Tutto spiranteattica voluttà, bene gli stava laversione di Callimaco, grazioso esaporoso poeta ; bene la versionedelle Georgiche, che, beato degliozi campestri, di quel vivere tran-quillamente poetico, trovava inquesto lavoro un riposo un sollie-
vo dell’ anima savia e stanca deglistolidi usi del mondo misero evoto, trovava un tipo di quel belloda lui sospirato e che sino da’suoiprimi anni propose di seguitare.Del poeta greco, eh’io sappia, linoa qua non ebbesi altra traduzione,meritevole di essere ricordata, chequella di Dionigi Strocehi Faen-tino, e, sebbene celebre e riputa-ta, inferiore molto, a mio credere,a questa del Bevilacqua. Forse arenderla più fortunata può averecontribuito il verso sciolto in con-fronto della terzina, di cui feceuso lo Strocehi, che il verso scioltopiù confacente a quel genere dipoesia e catena meno pesante è piùagevole a bene addentrarsi nellospirito dell’ autore che si traduce.Sconvenevole pertanto sarebbe unconfronto tra le due traduzioni,che differente il metro traseelto,e, quanto alla maggiore o minoreintelligenza di quel poeta, non ècosa da ine il giudicarne, clie tantapovertà debbo sopportare di gre-co. Dirò solo parermi il Bevilac-qua traduttore stupendo, averseneottimo esempio nell’inno a Miner-va, recentemente stampato in Pa-dova per vicentine nozze del ni-pote del traduttore. Passiamo al-l’altra versione cui il nostro Be-vilacqua pose tanto affetto tantecure tanti pensieri, e tornata taleda mantenergli distintissima glo-ria. Ma, ahi, che seco portò la vo-glia di vederla alla luce ! Nobile esanta voglia era questa, qualora siconsideri che se la Francia puòvantare nell’abate De Lille un de-gno volgarizzatore del più perfet-to dei poemi di Virgilio, un simi-le vanto non ebbe ancora la Italia,e con ragione poteva sperarlo nelBevilacqua. Molti voltarono cd indiverse forme quell’ egregio poe-ma , ma niuno mi pare aver toc-cata la cima di lui, che a quan-ti si accinsero all’ opera si oppo-sero ostacoli da rendersi persino