deboli. Non v’era più via di mez-no: la poesia o doveva essere la si-gnora di Pindo, serva obbedientis-sima alle regole di Aristotele e diOrazio, o doveva mutar veste epersona , costumi e abitudini perseguitare, svisandola, le tracce diuna natura scorretta, mentre ipoeti per essere originali non ap-pariano che scinde; allontanando-si intanto in un modo o nell’altrodal nazionale, quindi dal vero,essenzialissima parte del progres-so d’ogni arte. Ma i sani di men-te, i forti di spirito, ridevano atante pazzie ; immutabili ne’ loroprincipii, alle parole risponde-vano co’ fatti, e con alto propo-sito smentivano la falsità di tut-te due quelle scuole, l’una auda-ce l’altra ostinata. Il Bevilacquaiti tanta seduzione e corruzionedi gusto non ebbe mai colpa dimutate opinioni ; anzi se nemostrò incrollabilmente saldo .Forse si avrebbe convinto (e siconvinse a’ miracoli del Manzonie del Grossi) l’uso della mito-logia essere divenuto insoppor-tabile abuso, ornai troppo vieto,ornai troppo frivolo, e noiosissi-mo a tutti. Si avrebbe convinto,gli argomenti ad un poeta do-ver essere più corrispondenti a’bi-sogni del secolo di quello elle fu-rono i suoi ; la poesia di scopomunicipale e momentaneo morirecol giorno in cui nasce. Ho notatoquesto nel Bevilacqua perchè nonmi si accusi di fanatismo , perchèho voluto mostrare che, serban-dosi intatto ad alcuni canoni fon-damentali, a lui non mancavanoi mezzi di conciliare una strettaalleanza tra le due scuole, di pat-tuirne un sistema di transazioneed agevolmente brillare tra leprimissime stelle del nostro cielo.Era il 1820 quando, male fermoin salute e repristinato, pubblicòun’ epistola al chiarissimo dottorTliieue, nella quale la magnifica
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descrizione de’ portenti della bot-tiglia del Rob può lasciare docu-mento irrefragabile di quanto di-cemmo del merito poetico di que-sto gentilissimo ingegno. A pro-varlo non meno può valere un’al-tra epistola al cavaliere Alessandroconte di Trissino, Il colle d'Arzi-gnano , pubblicata nel i8?.g, fiorodi eleganza e toccantissima, spi-rante tale melanconica armoniada intenerire ogni petto, da sfor-zare ad amore di colui onde pro-viene; tanto abbonda di grazia edi affetto. Ma più di tutto voglia-si considerare il saggio di poesiestampato parimenti in Vicenza nel1818, e dedicato all’amicissimosuo dottor Lorenzo Doni. Questosaggio encomiarono i giornali; fuencomiato a voce e per lettere dalMonti, dal Pindemonte, dal Vit-torelli, dal Casarotti, e da moltealtre celebrità di que’giorni. Maquesto saggio è forse la raccoltade’ migliori suoi versi ? E forse ilsuggello da sgannare chiunqueintorno al valore nella sua artogiudicasse altrimenti di quelloche noi giudicammo? In questosaggio, siamo sinceri, nè sono rac-colti i migliori suoi versi, nè ab-biamo in esso la testimonianzadi quell’ altezza cui egli era pros-simo giungere; onde egli stessose ne doleva assai di frequente, eda qui più costantegli si mantennela ritenutezza allo stampare , che,simile ad Orazio (suo sommo esem-plare) subito di fantasia quantotardo nel castigare i concetti, schi-vo sempre de’ plausi che passano,sottometteva i suoi versi a quellarigorosissima lima che assoda eperfeziona , non facendone parteche a’ soli intimi amici a fine piùdi procacciarsi consigli, che di gua-dagnar lodi, solendo dire coi mae-stro canneti non repeto cuii/uatrinisi amicis, idtjue coactas , beneintendendo che altro è far versialtro è poetare, e la facilità del