TERZINE
Mi corse all’empia vista e gelo e focoPer le vene, e gridai: Pace, fratelli!
Per Dio , pace! e trovar non sapea loco.Parcami errar furente, irto i capelli,
Per le sacre di Roma erme mine,
E percuoter col pugno i chiusi avelli,
E agitarli, e svegliar P Ombre latine.
Ahi prisca gloria! ahi vani orgogli! ahi comeL’italica virtù cade a vii fine!
Io chiamava le antiche Ombre per nome;
E quelle, alzati i coperchi, c rimosseDai fieri aspetti le scorrenti chiome,Sporgean le fronti per veder che fosse.
E de’nipoti la viltà veduta,
Le fraterne discordie e le percosse ,
E l’arbitra del vinto orbe venutaIn servitù del servo; dolorosiQuei divi Spirti di sì gran caduta,
In volto si guardar muti e pensosi;
Indi qual vergognando giù cadea,
Gli occhi nel cavo delle palme ascosi;
Qual ritto in piè spiccandosi, metteaTutta fuori dell’arca la persona;
E, gridando vendetta, armi chiedea.
Altri, in cui più superba ira ragiona,
Diccan: Merta i suoi ceppi l’oziosa;
Dalle il fuso, e di mirti una corona.
E la faccia torcean bieca e sdegnosaDa quella mesta, che tenca sembianzaD’uom che cerca scolparsi, e dir non osa;Che di voce lo priva e di baldanzaDe’suoi falli il rimorso, e più tacendoChe parlando , fa scusa alla mancanza.Mentr’ io confuso il giudicar sospendoSu l’udite sentenze, e nel cor mioLa pietà col rigor va combattendo,