SATIRA TERZA
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Or iluolsi che dal calamo Tumore
Góccia un po’ grosso, ed or che per infusaTropp’acqua il nero dell’ inchiostro muore ^Ed or la penna, che fa scorbj, incusa.
P. Uh poverello ! e ognor più poverello !
E a tal siam giunti? Per miglior tua scusaPerchè pari a colombo tenerello,
O a regai bimbo , non chiedi la pappa,
E ricusi la ninna, o cattivello,
Della nutrice ? G. Ma con questa schiappaScriver poss’ io ? P. E a chi vorrcstu oraFiccarla? a che tai giri? Al piè la zappa,Sciocco , ti dai : degli anni il fior si sfiora,Sfuma in effluvio, e tu n’andrai sprezzato.Le stoviglie mal cotte e verdi ancoraDicon percosse il lor difetto, c ingratoRendono il suono. Adesso è tempo, adesso,Finché limo tu sei molle e bagnato,
Che con presto girai' non intermesso
L’acre ruota ti foggi. G. A clic tal cura?
Il paterno poder me in grado ha messo
Tunc queritur crassus calamo quocl pcnclcat liarnor,
Migra quocl infusa vanescat sepia lympha ;
Dilutas queritur geminet quocl fistulci guttas.
O miser, inque dies ultra miseri buccine rerum i5
Venimus? At cur non potius teneroque co limilo,
Et simìlis regimi pueris , pappare minutiunPoscis ? et iratus mammee lattare recusas ?
An tali stadeam calamo ? Cui verba ? quid istasSuccinis ambages? Tibi luditur: ejfluis amens: so
Contemnére. Sonat vittimi percossa , maligneRcspondct viridi non coda fulelia limo.
Utlimi et motte lutimi es : nunc, nunc properandus, et acriFingendus sine fine rota. Sed rure paternoEst libi.