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1 (1839) Poesie varie / di Vincenzo Monti
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SATIRA TERZA

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Or iluolsi che dal calamo Tumore

Góccia un po’ grosso, ed or che per infusaTropp’acqua il nero dell’ inchiostro muore ^Ed or la penna, che fa scorbj, incusa.

P. Uh poverello ! e ognor più poverello !

E a tal siam giunti? Per miglior tua scusaPerchè pari a colombo tenerello,

O a regai bimbo , non chiedi la pappa,

E ricusi la ninna, o cattivello,

Della nutrice ? G. Ma con questa schiappaScriver poss’ io ? P. E a chi vorrcstu oraFiccarla? a che tai giri? Al piè la zappa,Sciocco , ti dai : degli anni il fior si sfiora,Sfuma in effluvio, e tu n’andrai sprezzato.Le stoviglie mal cotte e verdi ancoraDicon percosse il lor difetto, c ingratoRendono il suono. Adesso è tempo, adesso,Finché limo tu sei molle e bagnato,

Che con presto girai' non intermesso

L’acre ruota ti foggi. G. A clic tal cura?

Il paterno poder me in grado ha messo

Tunc queritur crassus calamo quocl pcnclcat liarnor,

Migra quocl infusa vanescat sepia lympha ;

Dilutas queritur geminet quocl fistulci guttas.

O miser, inque dies ultra miseri buccine rerum i5

Venimus? At cur non potius teneroque co limilo,

Et simìlis regimi pueris , pappare minutiunPoscis ? et iratus mammee lattare recusas ?

An tali stadeam calamo ? Cui verba ? quid istasSuccinis ambages? Tibi luditur: ejfluis amens: so

Contemnére. Sonat vittimi percossa , maligneRcspondct viridi non coda fulelia limo.

Utlimi et motte lutimi es : nunc, nunc properandus, et acriFingendus sine fine rota. Sed rure paternoEst libi.