SATIRA TERZA
Del tauro agrigentini brando (l’aurataTrave sospeso forse una cerviceAtterrì di diadema incoronata,
Più che interno rimorso un infelice
Che a sè dica: ine lasso! io son perduto!
E tremi in cor, sì ch’anco all’amatriccFedel consorte il perchè sia taciuto?
Sovvienimi che d’oliva io gli ocelli ugneaFanciul, sè l’alte di Caton ferutoSentenze recitar non mi piacea;
Cui lodai’ molto il pedagogo iroso,
Ed estatico il padre udir doveaCon gl’invitati. E a dritto \ chè pensosoNon d’altro io m’era allor, clic del sapereQuanto guadagna il sei, quanto il dannosoAsso perde, e mandar netta a cadere
Nel brev’orcio la noce, e il più scaltritoNel rotai- del paleo farmi tenere.
Ma tu, che scemi il vizio, ed eruditoSe’ di quanto il Pecile, di bracatiMedi a fresco dipinto, ha profferito}
cera juvenci ,
Et magis auratìs pendens laquearibus ensisPuipureas subter cervices terruit, imus,
Imus praccipitcs, quarti si sibi dicati et intusPallcat infelix , quod proxima nesciat uxor?
Serpe oculos, memini, tangebani parvus olivo ,Grandia si nollem morituri verba CatonisDicere, non sano multimi laudando magistro,
Quce pater adductis sudans audiret amicis.
Iure: etcnim id summum quid dext.er senio ferret,Scire erat in voto; damnosa canicula quantwnRaderet ; angustee collo non fallici' orca;;
Neu quis callidior buxum torquerc flagello.
Haud libi inexpertum curvos deprendere mores,Quaeque docet sapiens braccatis illita Meclis