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1 (1839) Poesie varie / di Vincenzo Monti
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SATIRA TERZA

Del tauro agrigentini brando (l’aurataTrave sospeso forse una cerviceAtterrì di diadema incoronata,

Più che interno rimorso un infelice

Che a sè dica: ine lasso! io son perduto!

E tremi in cor, sì ch’anco all’amatriccFedel consorte il perchè sia taciuto?

Sovvienimi che d’oliva io gli ocelli ugneaFanciul, sè l’alte di Caton ferutoSentenze recitar non mi piacea;

Cui lodai’ molto il pedagogo iroso,

Ed estatico il padre udir doveaCon gl’invitati. E a dritto \ chè pensosoNon d’altro io m’era allor, clic del sapereQuanto guadagna il sei, quanto il dannosoAsso perde, e mandar netta a cadere

Nel brev’orcio la noce, e il più scaltritoNel rotai- del paleo farmi tenere.

Ma tu, che scemi il vizio, ed eruditoSe’ di quanto il Pecile, di bracatiMedi a fresco dipinto, ha profferito}

cera juvenci ,

Et magis auratìs pendens laquearibus ensisPuipureas subter cervices terruit, imus,

Imus praccipitcs, quarti si sibi dicati et intusPallcat infelix , quod proxima nesciat uxor?

Serpe oculos, memini, tangebani parvus olivo ,Grandia si nollem morituri verba CatonisDicere, non sano multimi laudando magistro,

Quce pater adductis sudans audiret amicis.

Iure: etcnim id summum quid dext.er senio ferret,Scire erat in voto; damnosa canicula quantwnRaderet ; angustee collo non fallici' orca;;

Neu quis callidior buxum torquerc flagello.

Haud libi inexpertum curvos deprendere mores,Quaeque docet sapiens braccatis illita Meclis