SATIRA TERZA
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Non curarmi i miei fatti; il mio tutore
L’ho sepolto eh’è un pezzo, e tu sol resti.
— Tira innanzi, io mi taccio. — Ito il dottore,L’egro lo scialbo ventre d’indigestiCibi infarcito giù nel bagno affonda,
L’alito pi’egno di sulfuree pesti.
Indi al soverchio sbevazzar secondaLa parlasia, che il calido bicchiereVia dalla man gli sbalza tremebonda.
Croscian scoperti i denti, e dalle nerePendule labbra gli casca il guazzetto.
Quindi le tube e le funeree cere.
Steso e beato alfin nel cataletto,
E d’aromi inzuppato, irrigiditiSlunga ver l’uscio i piè: poscia in berrettoL’indossano i da jer fatti Quiriti.
Poni or, misero, al cor la destra, e tentaI polsi. Come van? G. Freschi c spediti.
P. Delle mani e de’piedi esperimenta
L’estremità. G. Son calde. P. A maraviglia.
Ma se gran mucchio d’ór ti si presenta,
ne sis mihi tutor;
Iampridem hunc sepali j tu restas. Porge, taccbo.Turgiclus hic epulis, atque albo ventre lavatur,
Gutture sulplmrcas lente exhalantc mephites.
Sed tremar inter vina subii, calidumque triental 100Excutit e manibus ; dentes crepuere retecti ;
Uncta cadunt laxis tane pulrnentaria labris.
Hinc tuba, candelce ; tandemque beatulus altoCompositus ledo , crassisque lutatus aniomis,
In portam rigido s calces ex tenditi at illuni io 5
liesterni capite induto subiere Quirites.
Tango, miser, venas, et pone in pectore dextram.
Nil calci hic. Summosque pedes attinge, manusque.Nonfrigcnt. Fisa est si forte pecunia,