PERSIO
E puoi del negro theta il vizio imprimere.
Perchè dunque anzi tempo, e indarno lucidoSol nella buccia , all’ adulato popoloTi fai cagnotto, e il palpi, e tornerebbetiPiù conto assai sorbir le prette Anticirc?
Quale estimi ben sommo? Il sempre vivereCon lauto piatto, e sotto sole assiduoProfumar la cotenna ? Odi rispondereQuella vecchia altrettanto. Or vanne, e spampana:Io son figlio a Dinomaca. Sì ? gonfiati.
Son bello. — Il sii} a patto che non s’abbiaDi te men senno la cenciosa Bauci,
Quando al mozzo sbracato grida : Impiccali.
Gran che! nullo si studia in sè discendere,Nullo: e soltanto a riguardar soffermasiDel precedente tergo la bisaccia.
Dimanderai: Conosci di VcttidioLe tenute ? — Di chi ? — Di quel ricchissimoChe semina in Sabina quanto un nibbioNon girerebbe. — Di lui parli ? — Intcudcsi.
Et potis cs nignun vàio prcefgere theta.
Quia tu igitur, summa nequìcquam pelle decorus,Ante diem blando caudain jactare popelloDesinis, Anticyras melior sorbere nieracas?
Quce tibi summa boni est ? mieta vixisse patellaSemper et assiduo curata cuticula sole?
Expecta: haud aliud respondeat lime anus. I nunc.Dinomaches ego sum. Suffla. Sum candidus. Esto ;Dum ne detcrius sapiat patinucea Baucis,
Cimi bene discincto cantavcrit ocima verace.
Ut nemo in se se tentat descendere, nano!
Sed precedenti spectatur inantica tergo.
Qumsieris: Nostiiv’ Eectidi prcedia? Cujus?
Dives arat Curibus quantuni non milvus oberret.
Il ime ais? Hunc: