SATIRA QUARTA
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In ira il tristo ai Numi c al suo mal Genio,
Sai clic fa? Quando attacca nel crocicchioIl vomere, raschiando con cuor trepidoIl vecchio limo al botticello, un gemitoRompe, c in sò dice: I numi me la mandinoBuona. Quindi col sai morde le tunicheD’una cipolla, e posta, con gran plausoDe’suoi famigli, una polenta in tavola,
Sorbe di morto aceto le filaccia.
Ma tu, che trinci altrui, se al sole in ozioL’unta cute sporrai, non visto e prossimoTal v’ avrà, che al compagno dia di gomito,
Acre sputando contra il tuo mal vivere,
Contra te, che il cotale e delle naticheRonchi i boschi segreti, e le già fracide
Fiche squaderni del diretro al pubblico.
Mentre la felpa profumata pettiniDella mascella, perchè poi dall’inguineRaso ti guizza d’ogni pelo il tonchio?
Ancorché cinque palestriti svellanoQuella selvaccia, e con mollette affliggano
clis iratis, genìoque sinistroQui, quandoque jugum pertusa ad compita figit,
Seriolce veterem metuens deradere limum
Ingcmit : Hoc bene sit: tunicatum cimi sale morilcns io
Ceppe , et farrata pueris plaudentibus olla }
Pannosam feeeem morientis sorbet aceti.
At si unctus cessesi et figas in cute solem ,
Est prope te ignotus, cubito qui tangat, et acreDcspuat in mores s penemque arcanaque lumbi 35
Runcantem, populo marcentes panciere vulvas.
Tu cum maxillis balanatum gausape pectas,
Inguinibus quare detonsus gurgu/io extat?
Quinque palestrita; licet hccc piantaria vellant,