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4 (1840) Iliade di Omero / traduzione di Vincenzo Monti
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ILIADE, LIBRO XXI

Dunque al petto lo scudo, e, nel nemicoTolta la mira, alto gridò: Per certoDemagnanimi Teucri, illustre Achille ,Atterrar ti speravi oggi le mura.

Stolto! navrai penoso affare ancora;

Che dentro siam molti e valorosi,

Che ai cari padri, alle consorti, ai figliDifendiam la cittade; e tu, quantunqueGucrrier tremendo, giacerai qui steso.

dicendo, lanciò cori vigorosoPolso la picca, e nello stinco il colseSotto il ginocchio. Risonò lo stagnoDell intatto stinier; ma il ferro acuto,Senza forarlo, rimbalzò respintoDalle tempre divine. ImpetuosoScagliossi Achille al feritor; ma ratto,

Glinvidiando quella lode, ApolloInvolò lavversario alla sua vista,Lavvolgendo di nebbia, e queto quetoDal certame lo trasse, c via lo spinse.

Indi tolta dAgcnore la forma,

Diessi in fuga, e sviò con questingannoDalla turba il Pelide che veloceDietro gli move, e incalzalo, e piegarneVer lo Scamandro studiasi la fuga.

Noi precorre il fuggente a tutto corso,

Ma di poco intervallo; e colla speme .Sempre lalletta duna pronta presa,

E sempre lo delude. Intanto a tormeSpaventati si versano i TrojaniDentro le porte. In un momento tuttaDi lor fu piena la città; chè nulloRimanersene fuori non sostenne,

il compagno aspettar, dei campatiDimandar, demorti. Ognun, che snelleA salvarsi ha le piante, alla rinfusaDentro si getta, e dal tcrror respira.