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ILIADE, LIBRO XXI
Dunque al petto lo scudo, e, nel nemicoTolta la mira, alto gridò: Per certoDe’magnanimi Teucri, illustre Achille ,Atterrar ti speravi oggi le mura.
Stolto! n’avrai penoso affare ancora;
Che là dentro siam molti e valorosi,
Che ai cari padri, alle consorti, ai figliDifendiam la cittade; e tu, quantunqueGucrrier tremendo, giacerai qui steso.
Sì dicendo, lanciò cori vigorosoPolso la picca, e nello stinco il colseSotto il ginocchio. Risonò lo stagnoDell’ intatto stinier; ma il ferro acuto,Senza forarlo, rimbalzò respintoDalle tempre divine. ImpetuosoScagliossi Achille al feritor; ma ratto,
Gl’invidiando quella lode, ApolloInvolò l’avversario alla sua vista,L’avvolgendo di nebbia, e queto quetoDal certame lo trasse, c via lo spinse.
Indi tolta d’Agcnore la forma,
Diessi in fuga, e sviò con quest’ingannoDalla turba il Pelide che veloceDietro gli move, e incalzalo, e piegarneVer lo Scamandro studiasi la fuga.
Noi precorre il fuggente a tutto corso,
Ma di poco intervallo; e colla speme .Sempre l’alletta d’una pronta presa,
E sempre lo delude. Intanto a tormeSpaventati si versano i TrojaniDentro le porte. In un momento tuttaDi lor fu piena la città; chè nulloRimanersene fuori non sostenne,
Nè il compagno aspettar, nè dei campatiDimandar, nè de’morti. Ognun, che snelleA salvarsi ha le piante, alla rinfusaDentro si getta, e dal tcrror respira.