DEDICATORIE 4^1
importa a lui che un poema di trenta canti sia fatica ditrenta giorni, quando il poema è cattivo ? Queste sonoscuse rancide, non vagliono più, e non si sentono che inbocca di un qualche frenetico rapsodista.
Ma a qual fine mostrarmi io tanto geloso della vostragloria poetica } e perchè tesservi fuor di proposito e senzabisogno 1’ apologia ? Perdonatemi una dolce illusione delmio amor proprio, e compatite un errore in cui voi stessoda qualche tempo indotto mi avete. Vi risovvenga di quelgiorno in cui, poco prima della mia partenza per Roma , nelletterario gabinetto del nostro amabile enciclopedista ioebbi il contento di soddisfare al mio antico desiderio diconoscervi e di parlarvi. Fu allora che vi compiaceste diassicurarmi che i miei versi da voi letti in Venezia nientevi dispiacevano, che anzi a voi pareva di scorgervi dentropiù d’una cosa che vi rassomigliasse. Doveva io non in-superbirmi di un giudizio così onorifico e pronunziato conquella lombarda schiettezza, che fa sì t poca fortuna ed ècosì forestiera nella moderna società? Io non so, nè forsemi torna conto di esaminare se poi sia tutta vera la vostralode. Basta che tale io l’abbia creduta, onde resti giustifi-cata la premura che io mi prendo in difesa d’ una causache seco involve l’interesse mio proprio. Sebbene io nonaveva bisogno di sapere che voi non eravate scontentode’miei versi onde io fossi ammiratore dei vostri. A voinon era noto ancora che io fossi al mondo, che già levostre poesie formavano la mia delizia, e che io era pienoper voi di quella stessa venerazione da cui sono penetraloal presente. La stima dunque, che io vi professo, è unastima di sentimento e di ragione nel tempo islesso, ed èlibera perciò da qualunque sospetto.
Ma io non sono solamente vostro ammiratore, sono dipiù vostro plagiario. Quando lessi la prima volta quel vostrofantastico e veramente bellissimo capitolo per matrimonio,
Che diavolo fu quel che entiomini in petto , etc.,
Mosti, Epistolario, 3i