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[Tomi settimo & ottavo.]
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Parte. Capo XXV.Ed an po dopo ripiglia :

Ma chi creduto avria di venir menoTra le grandezze , empoverir nelloro?

Io mi pensai , che nereali alberghiFossero tanto più le genti umane,

Quant esse han più di tutto quel dovizia,Ondè lumanità nobil fregio :

Ma vi trovai, tuttol contrario , Uranio.Gente di nome e di parlar cortese,

Ma dopre scarsa e di pietà nemica :

Gente placida in vista e mansueta ,

Ma più del cupo mar tumida e fera :

Gente sol dapparenza , in cui, se miriViso di carità , mente d invidiaPoi trovi, en dritto sguardo animo bieco ,E minor fede allor che più lusinga.

Quel, ehaltrove è virtù, quivi è difetto.Dir vero , oprar non torto , amar non finto ,Pietà sincera , inviolabil fede ,

E di core e di man vita innocente,

Stiman danimo vii, di basso ingegnoSciocchezza , e vanità degna di riso.

Lingannar, il mentir , la frode , il furto ,

E la rapina di pietà vestita ;

Crescer col danno e precipizio altrui,

E far a dellaltrui biasmo onore,

Son le virtù di quella gente infida.

Non merto, non valor, non riverenza d età di grado di legge ;

Non freno di vergogna , non rispetto d amor , di sangue, non memoriaDi ricevuto ben ; finalmenteCosa si venerabile o santa ,

O giusta esser può , eh a quella vastaCupidigia d onori , a quella ingordaFame davere, inviolabil sia.

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