Parte ir. Capo XXXVri.
ruba ; le modeste stanze del Berni lo furono non meno die idoviziosi appartamenti del pontefice e dei suo datario : aveapoco , e perdè tutto . Fu agevole cosa al suo padrone il risar-cire e fargli dimenticare quella perdita ; ma nè le cortesie diegli si usavano, nè i vantaggi di cui godeva in Roma t ebberopotere di rendergli meno molesta quella corte . Fastidivaio so-prattutto un servigio al quale confessa di non si poter accon-ciare, e fa di se questa comica pittura :
Credeva il pover uomo di saper fare
Quello esercizio e non ne sapea straccio ;
Il padron non potè mai contentare,
Eppur non uscì mai di quello impaccio .
Quanto peggio facea, più avea da fare ,
Aveva sempre in seno e sotto il braccio,
Dietro e innanzi di lettere un fastello,
E scriveva , e stillavasi il cervello .
Quivi anche , o fosse la disgrazia , o ’l pocoMerito suo , non ebbe troppo bene ;
Certi beneficio]i aveva loco
IVel Paese!, che gli eran briglie e pene :
Or la tempesta , or 1’ acqua ed or il foco ,
Or il diavol l’entrate gli ritiene ;
E certe magre pensioni aveva ,
Onde mai un quattrin non riscuoteva .
Ub. tupra , St. 3q e .
Il migliore de’suoi benefizj era un canonicato in Firenze ,dove si ritirò in un'età nella quale poteva ancora buona pezzagodere dell’ozio che procaccia la vita di canonico, e dei mezzidi occuparsi che dà il consorzio delle Muse . Fu ammesso ad untempo alla più intima dimestichezza del giovane cardinale Ip -