LETTERA
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Napoli aveva preso il savio ed onesto partito di arrestartutti quelli che disgraziatamente lo conoscevano. Uno diessi fu l’uomo di cui si parla. Bisognava dunque metterglile mani addosso, e il Setola, il suo caro amico, fu quelloappunto che si assunse il peso di un’impresa così lodevo-le. Lo invita pertanto a pranzo, per aver il merito di farlocaritatevolmente carcerare in sua casa. Poi, temendo chela solennità di questa carcerazione non offendesse il suodecoro, cangia l’invito del pranzo in quello della cena, elo conduce egli stesso alla sua abitazione dopo le venti-quattro. Lo lascia in compagnia della sua casta Penelope,e di nuovo esce col pretesto d’una faccenda} e la faccendafu di avvisarne prontamente gli sbirri. Erano le due ora-mai della notte, e la fame mormorava in corpo al buonuomo. Ode venir gente su per le scale, crede che sia 1’ a-mico, e si mette a tavola. Figuratevi la sua sorpresa, quandoin vece dell’amico vide entrare nella stanza i convitatidella Vicaria. Il povero Antonio fu legato come un ba-stone di tabacco fresco^ e portato a cenar in segreta, ove,benedicendo la santa amicizia, fu ritenuto a pane ed acquaper cinque giorni.
Fu carcerato in appresso un certo sartore di nome Lui-gi, la cui bottega è situata nella strada di Chiaja, dirim-petto al pellaro. Anche questo con cinque giorni di peni-tenza scontò la colpa d’aver parlato e cenato qualche voltacol Mori.
Per opera pia del Monconi fu messo ancora in arrestoun certo Paglialunga, servitor di viaggio di un cancellierePolacco, che alloggiava nella locanda di madama Barba-ra, sopra quella del Moriconi. Ma dopo mezza giornata furimesso in libertà per impegno del suo padrone.
Furono poi citati ad esame il corriere Biondi, il came-riere del cavaliere Stherling, un vecchio antiquario chia-mato Giovan-Battista Veneziano, ed un viaggiatore dettol’Inglese , con un tal suo compagno per nome Mantica.Quest’ultimo fu chiamato dal Reggente venti e più volte,