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5 (1841) Prose varie / di Vinzeno Monti
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DEL CAVALLO ALATO d’ ARSINOE

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inteso a rovescio, un ablativo assoluto, spiega così: Uni-gena Memnonis, iclest Aurora, quce unum Memnonem exThitono genuit, impellente aera natantibus pcnnis, hoc estaurora exoriente. Indi accortosi della stiracchiatura di que-sto senso, soggiugne candidamente: Hcec attuli, quia , ut oc-rum fatear , niìiil aptius exeogitare potuì, non quod ipsi miliimagnopere satisfaciant. Si quis vel ingenio, vel eruditionemajore, quod facillimum est, vel meliorcs libros nactus verioraprotulcrit, gratulabor. E confessando che in tanto guastonon sa dove mettere il piede, finisce col suggerire, se maise ne potesse cavar partito, l’idea del Pegaso , che, preci-pitato Bellerofonte , fu dato in dono all’Aurora da Giove.

Su questo rattenuto suggerimento udite adesso le arro-ganze di Giuseppe Scaligero . Tenendosi forte al già citatoaltra volta unigenam Phccbi, ergo, sciama egli subito, ergoMemnonis unigena Pegasus, quia Aurorce fdius. E su qualfondamento fa egli nascere il Pegaso dall’Aurora, quandola mitologia il fa nato dal sangue della Gorgone ? SanePegasum, risponde egli, ab Aurora Jovi dono dalum scri-bunt Grcecorum commentarli. Udite logica singolare! l’Au-rora lo ha donato, dunque l’Aurora l'ha partorito. Ma falsoche i greci commentatori facciano fede di questo dono}scrivendo essi il contrario. Leggete lo Scoliaste d’Omero nel sesto dell’Iliade al v. 1 55 , e vi troverete l’Aurora chesupplica Giove di volerle concedere in dono il quadrupedevolatore, di cui ella dice aver d’uopo pe’ suoi celesti viaggi.Ed è per questo che Licofrone , citato a sghembo dalloScaligero, ci mostra al v. 17 l’Aurora trascorrente il cielosu le ali di Pegaso } e stupisco della buaggine del Poterci,che nel chiosare quel verso si fa lecito d’affermare chequidam tradunt Pegasum fuisse Aurorce filium, unde eumMemnonis unigenam vocavit Catullus , mettendo a carico diCatullo lo sproposito dello Scaligero. E questo goffo pap-pagallo scaligeriano è poi quello stesso Poterri che chiamaVirgilio scimia d’Omero : il qual leggiadro suo motto siaqui rilevato per giustificare il mio mal umore contea quelcritico.