LETTERA PRIMA
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Non posso separarmi dallo Scaligero senza notare un’ al-tra sua stoltissima pretensione. In luogo di abjunctce co-rnee^ ei legge abruptee, c soggiunge dal tripode: nimirumliceo bona lectio ac sincera minutolis magistris displicuit.Quare nescio. Il quare vcl dirò io, signor Giuseppe, io tna-gister mimdolus. La chioma che parla in tutto il poema, èla chioma recisa. Dunque Vabruptee non può di nessunaguisa confarsi alle chiome sorelle rimaste intatte sulla te-sta di Berenice. Abruptee cornee , con licenza di tutti i bac-calari scaligeriani, vale chiome troncate, e. Berenice notitroncò che una ciocca de’suoi capelli; c alle altre non toc-che dal ferro si addice unicamente V abjunctce, poiché nelsepararsi di due o più cose che prima s’univano, rimanediviso, scompagnato, disgiunto tanto chi resta, quanto chiparte.
Mi aspettava qualche nuova opinione da Giano Dousa;ma egli se l’è cavata precisamente come Frate Cipolla, che,impegnatosi di far vedere all’udienza la penna dell’AngeloGabriello, fluisce col mostrare i carboni di s. Lorenzo. Post-quam Memnonis mentio se obtulit, cur non de ejus statuaaliquid dicamus? E sciorinando tutto il già detto da altrisulla statua di Melinone, della quale niente c’importa, cimanda a denti asciutti sul resto.
Alessandro Guarini vede nell’a&s equus la Fenice: stra-nissima interpretazione, abbracciata, per quel ch’io sappia,dal solo Arcade traduttore. Ho riserbata per ultima la chiosadi Achille Stazio , la quale, siccome quella che ha fatto piùfortuna e più strepito, merita che se ne parli distesamente.Persuaso persuasissimo l’illustre critico di aver trovato ilcapo al gomitolo, ci viene innanzi così: Veni ad eum lo-cum qui esse vel difficillimus putatur, quo explicando canieruditi homincs satis habuerint negotii, sibi tamen ipsi nonsatisjaciunt. Ego vero cura ab aliif dissentiamo seduto scili-cet operavi dedi ut novum ac piane meum, quidquid esset,confirmarem. E in che consiste la maravigliosa sua novità?Nell’avere scoperto, che questo fratello di Melinone, che