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5 (1841) Prose varie / di Vinzeno Monti
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NOTE

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(p. 190); ora è freddo, per non dire insipido, e nuovamente puerile nel-V invenzione (p. 193); ora egli ha violate le leggi del gusto e del buon senso(ibid’, vedi le il tristo conosce bene il Parini !). Qui nulla dice nè allamente nè al cuore. ... ed è manifesto che egli non ha voluto altro che cian-ciare inutilmente (p. 194). Là in buona fede non si poteva fare un rac-conto più prolisso e verboso (p. 197); parla dell’episodio sull’origine dellaNobiltà , la quale, se mai noi sapeste, deve probabilmente la sua isti-tuzione a Nembrotte progenitore de’Nobili (p. 198). Per questo così pro-lisso e verboso racconto , per questo dilagamento di tante belle ciance labile del Critico si riscalda, ed egli esclama altamente: Parturient montes,nascetur ridiculus mus; (al Parini parturient montes!!!) e affastellando ivaneggiamenti mitologici del Parini , e i replicati suoi urti nella pedante-ria e nell’affettata erudizione , e dando addosso alle sue ostentazioni sco-lastiche e geografiche e alle sue apostrofi pedantesche , finisce la prima Let-tera col mandarlo direttamente all’ ospedale de’ pazzi per il suo poco giu-dizio nel rammentare le Lettere di Ninon de UEnclos.

Apresi la seconda (T. VI , p. 62) con una gratuita villania sulle sup-poste interessate speculazioni dell’ onesto editor di Parini , villania ebemolti sospettano suggerita dalla coscienza, sapendo ben egli il signor DeCoureil le non purissime speculazioni, che entrano qualche volta nelbrutto mestiere di maldicente c famelico Giornalista. Dopo questo gen-tile preludio discende egli subito nell’ arena per confondere alcuni piùzelanti che giudiziosi campioni della riputazione del Parini ( p. 64 ), e inquesti campioni senza giudizio ognuno ravvisa principalmente i letteratifanciulli di Lombardia , siccome quelli che in modo precipuo dobbiamoavere carissima la riputazione di quel poeta. A prima giunta il nostroformidabile gladiatore investe il Parini (figuratevi di veder un topo ro-dere l’Appennino coll’ intenzione di rovesciarlo), e te lo caccia per terra,facendolo bruttamente cascare (p. 65) in una minutezza di dettagli spintaalla nausea. Il poeta (grida egli con serietà) si perde in ripetizioni , am-plificazioni oziose e ciarliere , e per descrivere una inezia , una particola-rità pochissimo interessante accumula versi sopra versi , e non la finisce maipiù. Andando avanti nell’infinito pelago delle chiacchiere parinianc s’in-contrano (p. 65) le sue zeppe e tacconi , cioè le parole messe li unicamenteper empir la misura del verso. Dietro a questi tacconi vengono ( p. 66 esegg). le oscurità dei concetti; e lo spiegarsi molto male ed ambiguo; e lemaniere monotone e fastidiose; e la perpetua puerilità dei dettagli; e leassurde supposizioni; e le ridicole applicazioni; e i guazzabugli e non sensi;e i versi affatto prosaici; e poi di nuovo i dettagli importuni e seccanti;e di nuovo i versi prosaici e plateali; versi degni di colascione j e mai ilmalanno per li ghiottoni. Non parlo delle eccessive e sproporzionate com-parazioni i, nè dei troppo remoti e stiracchiati loro rapporti> nè dell’ eternasua smania di mitologizzare , nè di cento altre magagne, che rendono lapoesia pariniana peggiore, starei per dire, che la Couregliana. Ciò chepiù deve confondere e subissare le piccole nostre menti, si è che le suedescrizioni e i suoi episodj, che noi letterario armento di Lombardia non dissetato al liquido oro dell’Arno , reputavamo i più bene scritti, e