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DISCORSO
veri principii, ne infamarono la riputazione, per 1 ’ altraebbe a proseliti sì gran numero di onorati e prestantissimipersonaggi, che io mi fo coraggio a francamente affermareche la pubblica professione dell’epicureismo, non solamentenon era presso i savii Gentili il grande obbrobrio che siè voluto far credere , ma consociavasi anzi speditamentecolla pratica della virtù. Della quale asserzione io vi doconfermatori e garanti i più gravi teologi del paganesimo 5tra’quali, per esser breve, non produrrò che l’autorità diun solo, ma valente per tutti, perchè immacolato nellemassime dell’ onestà, e perchè non sospetto di parzialità ,essendo settario di altra scuola} parlo di Cicerone . Leopere filosofiche di questo grande legislatore degli offici!morali sono tutte sparse di altissime lodi sopra Epicuro .Ma nel primo dei Fini, c. 5, singolarmente ha queste pa-role : qucrn arbilror unum ridisse veruni, maximisque erro-ribus hominum animos liberavisse, et omnia tradidisse, qucepertinerent ad bene beateque vivendum ; e più avanti haquest’altre : nonne ci maximum gratiam habere debemus,qui exaudita quasi voce naturce , sic eam firme graviterquccomprehenderit, ut omnes bene sanos in viam placatce , tran-quilla; , quietce, bcatce vitce deduceret ? Non è perciò mera-viglia se i più distinti e principali uomini della repubblica sirecavano a gloria l’epicureismo, fedeli tutto ad un tempoai comandamenti della voluttà e a quelli della virtù. E nellanatura dei placiti epicurei, tendenti ad allontanare tuttele sensazioni penose e a stabilire l’armonia generale della
cersi che la venerazione sì de 1 Greci che dei Romani verso Epicuro de-generò in una specie d'idolatrìa. Non solo venne onorato di pubblichestatue, ina di feste solenni nell'’anniversario della sua nascita, c di feriechiamate lc.adi ogni ventesimo del mese; le quali religiose cerimonieerano fino ai tempi di Plinio, che ne fa menzione, in piena consuetu-dine. Sappiamo ancora per lui, che le imagini di questo grand’uomosi portavano in processione: rulla* Epicuri per albicala gcsiant et cir-cumferuul secumj e sapevamo già prima da Cicerone nel quinto librodei Fini, c. 1, che queste effigie amavasi di possederle non modo intabulis j sed ctiam in poculis et anulis.