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iU proseguire la strage, e di segnalarsi con qualche fattomagnanimo. Ma Minerva, comparendogli visibilmente, nelo distoglie, e lo forza a partire. Diomede ubbidisce, e con-tento di menare via i cavalli di Reso ,
.... che nel candore
Vincou la neve, e nella corsa i venti,
$i conduce salvo con Ulisse al campo greco, ove, accolticon molta festa e schiamazzo, raccontano 1’ accaduto.
Poscia entrambi del mar nel flutto estremoTersero dal sudor le gambe, il colloE i fianchi polverosi. E poiché i corpiFur nell’onda marina astersi c netti,
E rinfrescossi il cor, misero il piedeNel nitido lavacro; e mondi ed untiDi pingue oliva, cd alla mensa assisi,
Le colme tazze a tracannar si diero,
Dolcissimo Lieo libando a Palla.
Ho trapassato senza annotarli moltissimi tratti e situazionied imagini c pitture di un bello singolarissimo, che scin-tillano ad ogni passo dal punto che Diomede ed Ulisse siscontrano con Dolone sino alla fine. Ma siccome il pre-sente estratto non è che un campo di preparazione per lamesse abbondante che in seguito raccoglieremo, eosì nel-1’analisi dell’episodio Virgiliano ci ritorneranno tutte sot-C’ occhio le bellezze, che l’angustia del tempo non mi con-sento ora di esaminare. Vedremo allora come il latino ha superato il greco sfuggendone il difettoso, e sostituen-do alla maraviglia il patetico. L’episodio di Omero è tuttofiglio dell’ immaginazione, quello di Virgilio lo è tutto delcuore. L’ uno è il trionfo del coraggio, ed è fatto per sol-dati e per uomini di lieti pensieri $ l’altro sarà il trionfodella dolce e santa amicizia, ed è fatto per giovanetti de-licati e sensibili, come siete appunto voi tutti.