LEZIONE QUARTA
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Pindaro e d’Anacrconte. Vuoisi dunque usare assai tem-'peranza nel bello medesimo, e non credere che ciò che èhello in un luogo debba esserlo dappertutto. Perocchéanche quei Sofisti medesimi, dei quali ci lamentiamo, be-vuta avevano l’eloquenza loro ai fonti di Omero , nè igno-ravano le dottrine di Pitagora, di Empedocle, di Demo-crito e di Talete , ed erano ingegni acutissimi quanti altrimai. Ma la mania di rendersi singolari, congiunta a unalarga dose di orgoglio, li condusse a quella ruina nel modomedesimo che Seneca e Lucano e Claudiano e Stazio de-formarono posteriormente la romana eloquenza per volersialzare sopra Cicerone e Virgilio. Ma se l’abuso delle figureè un guasto grandissimo dell’eloquenza, non lo è meno lasottigliezza scolastica e il dogmatico guazzabuglio, che perpiù secoli si è in Italia ammirato sui pulpiti, e che diedeoccasione al celebre motto del cardinale Bembo. Diman-dato egli una volta, perchè non andasse alle prediche, ri-spose subito: Che vi debbo io fare? perciocché mai altronon vi si ode che garrire il dottor sottile contro il dottorangelico , e poi venirsene Aristotile per terzo a terminare laquistione? E Dante assai prima del Bembo, perdendo pa-zienza contro le ciance che anche a’ suoi tempi contami-navano l’evangelica verità, tuonava col suo libero stile:
Aon ha Firenze tanti Lapi e Biadi,
Quante sì fatte favole per annoIn pergamo si gridali quinci e quindi ;
Sì che le pecorelle , che non sanno,
Tornati dal pasco pasciute di vento.
E poco dopo, rinforzando le parole della sua giusta indi-gnazione:
Ora si va con motti e con isccdeA predicare , e pur che ben si rida,
Gonfia il cappuccio, e più non si richiede.