DIALOGHI
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Mat. Anzi io non l’ebbi mai tutto in casa come al pre-sente^ che questa è la via di dar diletto al lettore, d’in-grossare la lista degli Associati, e di essere.
Tari. Detestato da tutti : da quei medesimi che legge-ranno avidamente le tue impertinenze.
Mat. Che a me questo? Se sarò detestato, avrò nume-rosa e nobilissima compagnia. Alla ricisa : vuoi tu vedereche l’onestà, la decenza, la discrezione mal fruttano a unGiornalista ?
Tari. Sì : veggiamo come t’ acconci a sostenere questepazzie.
Mat. Ehi! Pasquale, Pasquale. Serra bene la porta. Evenisse l’Arcangelo Gabriello, rispondi: È fuori di casa.
Pas. Così farò. E se per isbaglio venisse mai la For-tuna ?
Mat. Non c’è pericolo. È cieca, ma sente all’odore lecase de’galantuomini, e tira di lungo.
Pas. ( Oh vedi un po’ che vuol dire essere dotto ! E ioino credeva che la dovesse fare tutto al contrario). Vadoa mettermi in sentinella.
Mat. E tu, bel compare , riempi del tuo rotondo indi-viduo quel seggiolone, e siedimi in faccia. Qui nessuno ciorecchia: siamo da noi a noi, c possiamo dar aria ai nostripensieri senza paura.
Tad. Ti ascolto con attenzione.
Mat. Comincia dunque ad udire i bei guadagni recatimida quelle care virtù.
L’amor del vero e lo zelo delle buone lettere tempo lami posero in capo di scrivere (e non monta il dir l’oc-casione ) alcune oneste considerazioni contro alla maniadei dialetti particolari, e di raccomandare che innanzi atutti si mettesse lo studio della comune lingua italiana.Perciocché i nostri dialetti (tranne il toscano e il romano)sono moneta che non corre fuor di paese: e la viva ne-cessità di tenerci in commercio, non pure con gli stranieri,ma con gli stesssi nostri fratelli da noi divisi di favellare,Monti. Prose. 55