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5 (1841) Prose varie / di Vinzeno Monti
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DIALOGHI

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qua (lei loro grado di longitudine. Ma dove son molti isavj che ascoltano, un bel tacere talvolta dice di più. Ame basta il conchiudere clic questa fu la sustanza, questoil midollo di quelle mie poche considerazioni} le quali senon si hanno per sante e lucide verità, addio Giovanni,addio Luca con gli altri due. Or bene, che frutto n’ hoio spiccato? Una gran carta di villanie. Un reverendo mes-sere, persona cappata e di buona faccia, in certo suo biz-zarro Contento (1) a un sonetto in Meneghino, non trovandosode ragioni da confutarmi, mi ha confutato con bellissimeingiurie.

Tad. Non ti crucciare. Le ingiurie fan come le proces-sioni, che sempre ritornano donde sono partite.

Mat. Sia con lode di Dio e di S. Verdiana che peramor del prossimo dava beccare alle serpi. Io non sapreifare altrettanto con quella che m’ è venuta alla vita. Nul-ladimeuo , per 1 ’ obbligo che mi corre di far del bene achi mi strapazza, penso che sarà opera di carità l’avver-tire quel reverendo della brutta conseguenza che i loicivanno cavando dai lepidi raziocinj del suo Comcnto.

Tad. Qual conseguenza? Che la peggiore ruota del carroè quella che fa più strepito ?

Mat. No: quest’altra a due tagli. O che il buon uomonon ha compreso nè il mio nè il proprio ragionare (delche niuno si meraviglia ) : o che, ammessi i suoi principi ,ne segue che il Trattato ex. gr. Dei delitti e delle pene, ele Notti romane, e tant’ altre nobilissime produzioni di ce-lebri Milanesi, avrebbero fatto al mondo maggior benefi-cio , se anzi che in italiano fossero scritte nel dialetto diMeneghino.

Tad. Povero diavolo ! tra la lingua del Verzè (2) e la

(') Il titolo del libello, su cui qui cade il discorso, non è Comenlo ,ma Comentario. Il qual solenne sproposito di lingua ( v. la Crusca )dissimulato dal signor Matteo, è bella prova della sua compassione versoil dottissimo suo nemico.

(2) Chiamasi t'erzè nella nostra città il luogo principale dove stanno