Della Volgar Poesia Voi. I. Lib. VI. 375
Ne vedrà mai quella terribil morte ,
CI he non ha vita in se, ma tutta è morte.
E così seguita fino al fine : e di questa maniera può dirsi anche tessu-ta quella Pistola di Luca Pulci di Proci'is a Cefalo , della quale ab-biam parlato nel Capitolo delle Pistole (a) (a) Dì sesta
Se ne truovano anche di più, essendo di quattro il seguente (onet- a .p a g,>in9.to di M. Bastiano da Montefalco , che fiorì intorno al principio delsecolo xvr.
Se pensoso pensando in que 1 pensieri
10 non pensassi, che pensando io penso ,
Pensarci col pensar fi come io penso,
Pensando nel pensar miglior pensieri.
Ma quando penso pensando a i pensieri,
Che a forza col pensier pensando io penso ,
Pensoso nel pensar, col pensier penso ,
De mai pensar pensando altri pensieri.
Così pensoso col pensier pensando
Nel pensar pensarb , che chi ben pensa ,pensando ben conduce i suoi pensieri.
Afa s’io pensassi col pensier pensandoConoscer che pensier mia Diva pensa ,
Pensarei col pensar mutar pensieri.
Di cinque è la sestina di Dante , che incomincia, jimor tu vedisi)' Fag.zš.ben, che questa Donna, e si legge impressa nella nostra Istoria (b) e fi-nalmente di sei sono le sestine tutte, che Rincontrano pe’Canzonieri.
Ma questa pompa d’ingegno taluno P ha anche'fatta nella più stret-ta guisa , che possa darsi : imperocché si veggono Componimenti , iquali non anno altro, che una desinenza , benché di diverse voci; econ quella camminano fino al fine. Tale è una leggiadra ottava bur-lesca, che ne fu data, ha degli anni, per cosa di Antonio MarioNe-grisoli Ferrarese assai rinomato tra i Poeti piacevoli del secolo x v i.
Ella è in biasimo della Scalogna, e dice così.
Se bene il perso gusto, o la bisogna
Fan , che si mangi in villa la Scalogna ,
Fuggir si deve, come ria carogna ,
E lasciarla a chi suona la sampogna.
Chi ne mangia assai dorme , e molto sogna'.
E'madre della scabbia , e della rogna,
11 dir , eh*ella sa buona, è una menzogna:
Solo ha di buon , che rima con Bologna,
E se ne vede altresì qualcuno -, i cui versi finiscono tutti colla stessavoce, colla quale finisce il primo, come è quel sonetto dell’eruditis-simo Giulio Cesare Graziai, intorno ad Arg<^> che, in favellando de-gli Enigmi, abbiamo inserito di sopra, (e) tifar.
Ne m questo proposito tralasceremo di dire, che quanto alcuni an-aya,creduto di mostrar vivace, e spiritoso ingegno col ripeter le lime, al-trettanto alcuni altri si sono avvisati di far la stessa mostra coll’ atte-nersene eziandio in lunghissimi componimenti.- tra i quali di due fa-rem qui menzione , P uno de’quali si fu Annibale Guasco -, che, sic-come