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co: sa qual cosa per 1’appunto fu cagione, che il Guarino intitolasseil suo Pastorfido Tragicommedia, recandosi addosso di molte'critichecon simil vocabolo nuovo in Toscana £ Èie. Ma com' ella farà Trage-dia, se porta con se il Prologo distinto dal primo Atto, e il Coro do-po P ultimo? Voi ben sapete. Ceraste, gl’insegnamenti d’Aristotile,che il Prologo è .l’intera parte della Tragedia avanti l’ingresso delCoro; e che l’esodo, o esito è tutta quel!’altra parte, dopo la qua-le il Coro più cantar non si ascolta;' dal che chiaramente •appari-sce, che il Prologo è il primo Atto, dop» il quale entra il Coro; eil Coro fornisce di cantare dopo il quarto , perché terminando colquarto il nodoj il quinto ali’esito , cioè allo scioglimento, è assegna-lo. Ger. Si potrebbono togliere ambedue le dette opposizioni col ri-spondere, circa la prima, che, sebbene il Prologo nelle Tragedie ge-neralmente non si separa dal primo Atto, nondimeno non è vietatoil separarlo nella guisa, che fu separato da i Latini nelle Commedie,alle quali riflesso metodo, che alle Tragedie, assegna Aristotile, perquanto si cava da quel poco, che delle Commedie egli scrisse ; e laseparazione allora sarà maggiormente permessa, che il Prologo nonconterrà alcuna parte riguardevole della Favola; e tanto più avrà luo-go, quanto meno il soggetto della Tragedia sarà noto, compio pro-posito del Prologo fatto nella sua Orbecche dal Giraldi, che fu il pri-mo introduttor de’Prologhi separati ncllfeToscane Tragedie, discorreil dottissimo Egidio Men agio nelle Osservazioni sopra l’Ansima delTasso; e oltre acciò anche i Greci, e,a loro esempio i Latini, allevolte prima d’incominciare il Prologo della Tragedia introdussero 1’Ombre a parlare: il che basterebbe per salvar l'uso del Prologo sepa-rato . E circa la seconda, che v’è l'esempio di più Tragedie di Sene-ca, nelle quali dopo il quinto Atto esce di nuovo il Coro, Anzi ame pare, che non sia vietato d’introdur dopo la Tragedia un piantodi popolo., o un battersi di petto, detto Comino ; o una congratula-zione, o allegramento, che può appellarsi Epicarma, fecondo il fine*o lieto, o mesto della stessa Tragedia, la qual cosa anch’essa è spe-zie di Coro, e alla dorica si appartiene. Ma io tralascio ogni ragio-ne, e dico , che ambedue gli .opposti falli gli reputo commessi a bellostudio dall’Autore delì’Ll.vio, per coprire la sua intenzione di tessettiTragedia, siccome reputai l’iptitolamenco di Favola Pastorale. £/r*Accetto la scusa, se non la difesa: non ancora però mi riconsiglio*che Tragedia ella sia, perché la considero fondata totalmente su ’1 fin-to. Ger. Avanti che risponda alla nuova obbiezione , compiacetevi dir-mi, se il fatto, in «leggendolo, vi è partito tutto verisimle. Elc. Unasola cosa m’.avrebbe scemata la total verisimilitikiinecioè queliti,strana bestia, o mostro, die da Lucrin» viene ucciso, se non mi fos-si avvisato, che in ogni tempo di simil mostri se ne sono trovati, edanche di più terribili, e spaventosi. Ger. Rispondo adunque al quesi-to, che il fatto è vero, e non finto; e però chi lo sa stimerai lo qual”è, chi non lo sa crederà, che sia stato vero, perché lo riconoscestevensimi e, come.dovete crederlo anche voi, che tale lo riconoscete».Ma non però io consento, esser necessario nella Tragedia, che il sat>to sia vero, lodando Aristotile al sommo la Tragedia del Fiore d’Ai
gatone,