- 86 —
"Se li parlo del debito,” disse Renzo, "egli è perchè, setu vuoi, io intendo di darti il modo di pagarlo.”
"Di’ tu da vero?”
"Da vero. Eh? saresti contento?”
"Contento? Per diana, se sarei contento! Se non foss’al-tro, per non veder più quelle smorfie e quei segni del capo chemi fa il signor curato, ogni volta che c’ incontriamo. E poisempre: — Tonio, ricordatevi: Tonio, quando ci vediamo perquel negozio? —A segno tale che quando, nel predicare, mi fissaquegli occhi addosso, io sto quasi in timore ch’egli abbia adirmi li in pubblico:— quelle venticinque lire ! — Che maladettesieno le venticinque lire! E poi, mi avrebbe a restituire la col-lana d’oro di mia moglie, che la cangerei in tanta polenta. Ma...”
"Ma, ma, se tu mi vuoi fare un servigietto, le venticin-que lire sono apparecchiate.”
"Di’ su.”
"Ma...!” disse Renzo, ponendosi l’indice a croce su lelabbra.
"Fa egli bisogno di queste cose? tu mi conosci.”
"Il signor curato va cavando fuori certe ragioni senzasugo, per tirare in lungo il mio matrimonio; ed io vorrei spic-ciarmi. Mi dicono mo di sicuro che, andandogli dinanzi i duosposi con due testimonj, e dicendo io: — questa è mia moglie, eLucia: questo è mio marito, — il matrimonio è bell’e fatto.M’hai tu inteso?”
"Tu vuoi ch’io venga per testimonio?”
"Si bene.”
"E pagherai per me le venticinque lire?”
"Cosi la intendo.”
"Rirba chi manca.”
"Ma bisogna trovare un altro testimonio.”
"L’ho trovato. Quel martorello di miofratel Gervaso faràquello che gli dirò io. Tu gli pagherai da bere?”
"E da mangiare,” rispose Renzo. "Lo condurremo qui astare allegro con noi. Ma saprà egli fare?”
"Gl’insegnerò io: tu sai bene che io ho avuta anche lasua parte di cervello.”
"Domani....”
"Rene.”