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Dialogo Secondo. 43
in sudore, si straccia di dosso la pelle,- la qual J,®-li ritira a poco a poco colà, dove îe zampe stan-no aggrappate al legname. Queste medesimezampe si van distruggendo ancor esse , comeil restante della sua spoglia. Ma non per tan-to la crisalide non cade giù; concìossìachè invece di dette zampe , chela tenevano salda ,son già già scaturiti dalla stremità della favacerti minuti piuoli, o spezie di bullettine ,la cui testa va a terminare in un cappellet-to, fatto a guisa di fungo, odi chiodo. Que-lle teste avanzando fuor delle fila, ( insiemecol laccio, che le attraversa la schiena) fonobastanti a regger la fava fin a quel tempo, chedeve nascere la farfalla.
Ho inteso dire, che alcuni bruchi s’impia-stricciassero da capo a pie di filacciche, e di vi-schio, e poi rotolandosi su per la sabbia, neaccozzassero i granelletti, e in cotal guisa sifabbricasiéro un sepolcro di pietra. (a) Io per Ve( jme ho veduto fare questo lavoro ad altri inlet- il mirmi-ti, oltre a’ bruchi. coleone.
Alcune altre generazioni lavorano di fale-gname . Queste tagliano,e sminuzzano de’pez-zetti di salcio, ovverd’altre piante, cui han-no in uso ; riducono tutto in polvere ; e ne for-mano col proprio vischio una certa poltiglia,nella qual s’impanicciano ; e questa poi si seccaaddosso alla crisalide, che ’v’ è dentro .
Tutte le crisalidi, tanto quelle , che sonricoverate entro i gusci, quanto quelle, che sitrovano sotto terra, od altrove alla nuda, esenza involture, vedonli immastricciate d'unvischio, o liquore appiccaticcio, induritosi aguisa di crosta, o di nicchio attorno attorno