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Tomo I.
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119
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Dialogo Quinto. 119

giamento ? e chi spira nel loro petto cotantarabbia ? si E.

Prior. Vel dirò io. Le vespe s’accorgon be-nissimo, che allora non v’è più tempo di con-durgli embrioni («) alla perfezione dovuta : par-

ondemon si vogliono incaricare d’un peso inu-" dellatile. Quelle, che restano nel vespaio, pren-^ r ^ aa ”*don talvolta un poco d’aria ,«quando fan belle formi.giornate : ma ogni allegria è già spenta per lo-ro; ogni cosa languisce, tutto è disperso, cia-scuna si rintana dal freddo , e fi rincantonameglio che può. Passano la vernata senza néavere, nè procacciarsi alcun cibo. Ilgieloleassidera, le aggranchisce, le uccide, e taloradòtto, o nove mila vespe, e ancor più, chesi trovavano nel vespaio, non vi restano, chedue , o tre madri.

Cav. Come dunque può conservarsi la lorospezie ?

Prior. Le madri son più robuste dell’altre ,Lasecon-eil corpo loro resiste meglio a’rigori del fred-âità del-do. Or credereste, che una vespa sola fosse le ve P e *sufficiente a fornirci d’uno sciame intero perTanno seguente? Ella si fabbrica due, o trecellette , le quali formano come un grappolo,e sì l’appicca pel gambo con un poco di vischiosull’orio d’un buco da lei abbozzato, o vera-mente trovato beli’ e fatto. Quivi rompe dueuova di vespe bardotto , e poi se ne va allacampagna , per procacciare alle medesime ilnutrimento. Tutto questo, com’io vi dico,fa da sè sola. I nuovi vermetti si trovano inbreve ristucchi, e filano in capo ad alquantigiorni la portiera della lor cella, dove resta-no poi rinchiusi. Ecco già due figliuoli al lo-fi 4 gati.