Band 
Tomo duodecimo.
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61
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me si vuole. La molla, che spinge perpetua- le Arti’vmente la candela, dev’essere d* una materia fi- ch’istrui,«rissima, e leggerissima,_ come di fil d’acciajo, uomo . ho d’ottone , per essere compresila senza resi-stenza, e senza occupar molto luogo nessi in-teriore del fusto. Si può attaccare nelle primespire della molla una cordicella , che 1’ attra-versi, e che stia attaccata esteriormente ad un’anello, affinchè salendo Faglilo come le primespire, siamo avvertiti che la candela è perfini-re, quando Panello è vicino a toccare il baffodel fusto. Questo dev’ essere necessariamente''inclinato, e fare un’angolo di quaranta cinquein cinquanta gradi cossi orizzonte, o la super-ficie del suo piede; perché se’l fusto fosse drit-to, il coperchio , che riconduce il lume pe’suoi pareti inclinati, lo getterebbe intorno alpie di questo fusto, che inutilmente occupereb-be il centro del concorso de’ raggi. Ali’ oppo-sto il fusto coll’inclinarsi getta il forte del lu-me un po’lungi dal suo piede, e lo raduna co-modamente sulla carta, che vi si presenta. L’interiore del coperchio dev’esser tenuto nettis-simo: ma invece di tenerlo lucido (il che ca-giona splendori disuguali, e tremolanti) si tie-ne bianco bensì, ma non lustro. Tal’è la bian-chezza della carta, ©della biacca, o d’un car-tone finissimo, o d’ una semplice salsad’argen-to vivo. L’intonaco della carta ha il suo ris-chio; quello della cerussa non è facile da tener-si pulito, nè da rinnovarsi; ma quello dell’ar-gento vivo si reitera facilmente, e senza spesa.

Dopo le opere, che s’impiegano nelle mà^ Le Forna-

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tene oleole che ci rischiarano in tempo eli not-te, non Vha nulla, che si concilii maggior-mente