12 Le P r a t e r i fe.
re quel capitale, che si può fare d’un prato . Îtîprimo luogo egli non richiede da noi nè la bri-ga d’ararlo, nè la cura di seminarlo. Bada in-chinarsi a raccorrò ciò, che spontaneamente nesomministra. Oltre di che le sue produzioninon sono incerte, ed hanno dati’altro cantouno spaccio sicuro. Finalmente questo fondo èdi tal natura, che, senza il soccorso di esso,gli altri non vagliono quasi nulla. Vero è,che,per ricavare da un prato tutto quel profitto,ch’egli è capace di darci, con vien ch’egli abbiaper adiacente qualche terreno lavorativo.s^tic-sti due fondi si danno scambievolmente la ma-no ,e fra di loro s’aiutano . La buona politicavorrebbe altresì, che fra’l numero delle prate-rie , e la quantità delle terre lavorative vi pas-sasse una convenevole proporzione. Imper-ciocché chi avesse di molti prati da pasturar glianimali, epoche terre da concimare, lo stab-bio, che questi animali somministrerebbono allor proprietario, sarebbe in parte superfluo, equasi dissi perduto. Così parimente, chi avessedi molte terre lavorative, e pochi prati, ve-drebbe le sue terre sterilirsi per mancanza distabbio,non avendodi che nutrire i suoi caval-li,e i suoi buoi,che gliel debbono somministra-re , e che servono nel tempo stesilo ad ararle.
Cav. Ma , se mai un ti dovesse spropriare d’traodi questi due fondi, di quale sarebbe me-glio disfarsi ?
Prior. Delle terre lavorative .Imperciocchéil prato, senza l’adiacenza delle terre la vora*tivc, vi porta un frutto sicuro, e ve lo por-ta senza darvi nè fatica, nè spesa: laddove lacoltivazione delle terre lavorative, dove non
sia-