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Tomo quinto.
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Dialogo Primo. r$

sia un frutto perlopiù indipendente dalla no-stra coltivazione, contuttociò questa tnessesuol divenir più abbondante, e più sicura,qualora noi stessi ci adoperiamo a promuo-verla colla nostra coltùra.

Un savio economo Va visitando di tratto intratto le sue praterie, equando vede allignar-vi olequisetO, olà cicuta, o lesula rotonda,o qualche altr'erba nociva, le fa spiantare .

Se poi gli pare, che non vi sia queliabbon-danza di trifoglio, o daltri erbaggi di buo-na razza, che si conviene, ve ne fa subitoseminare; e ogni quattranni vi fa spargeretutte le polveri del suo granaio, e tutte lemondiglie avanzate a gli uccelli, con una do-se aggiustata di stabbio ,

Al ritorno della primavera, allorché gli â-himali sono omai stufi di digrumare dentrole stalle o l'insipida paglia, o Tarido stra-me, ed anelano a rodere le tenere vi tte dellerbe novelle; proccura di guidarli necam-pi non seminati e quivi li lascia pascere tut-ta quel!erba, ehè pullullata dalle granellacadute sotto la falce del mietitore nel tempodella segatura; o li mena lungo i ciglioni decampi, che sempre son ricoperti di verdi ces-pi, o finalmente lungo i rii, lungo le fosse,e lungo le prode delle strade maestre. Biso-gna allora tenerli rigorosamente lontani dal-le praterie; permettete, che vi mettanpiede, se non se dopo la mietitura defieni .quando però le praterie non sian cosi vaste,che gli abitanti ne «serbino una porzione, i a p rate .che chiamasi volgarmente del comune, per-riadelco*ché destinata al servigio decavalli, e dellemuns.

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