Dialogo Secondo. 57
to fonile, che non sia sufficiente ad apprestareal genere umano i suoi necessarj alimenti. Co-si l’interiore, e l'esteriore del nostro pavimen-to ci si rende ad un’ ora proficuo, e la medesi-ma terra, che noi calchiamo, ci appresta dueregali ad un tempo.
Cav. Anche qui vi trovo in contraddittoriocon due poeti a me cari, Orazio, ed Ovidio.Questa volta però la ragione è tutta vostra. S'io voglio prestar fede ad Orazio, l’oro non puòstar meglio allogato, che quando si trova se-polto nel sen della terra, (a) Egli consigliaeziandio i Romani a far dell’oro, e delle gem-me un fastello, ed a gettarlo speditamente nelmare, per liberarsi dall’ incentivo di tutti i lo-ro misfatti. (&) S’io voglio ascoltare Ovi-dio (c) ella è un’azione peccaminosa il mu-ginare le viscere della terra » per cavarne 1’oro , che v' è nascoso : e 1' uomo commet-te un latrocinio ognorachè va a scovarci teso-ri, che Iddio ha riposti presso le tenebre degliabissi, affinchè non vi metta sopra le mani iTutti questi sentimenti mi parevano a primoaspetto altrettanti oracoli. Ma ora, eh’io virifletto un po’meglio, non vi ritrovo verun
co-sa) - - ■ - Sic melius situin,
Cum terra celar. Cairn. z. Od. z.
(b) - - - - In mare proximum
Lem mas, & lapide;, aurum & inutile
Lemmi materiato mali
Mitfamus. Carni. z. Od. 24.
(c) Itum est in viscera terr®,
Quasque recondiderat , stygiisque admoveratumbri;,
Effodiuntur opes, irritamenta malorum.
. Un. 1.