rebbe a peso : ma che? a poco a poco la noia del nonfar nulla va scemando, e si fa passaggio ad un’inerzia chepiace. Il disse appositamente Tacito: Invisaprimum desi-dia, postremo aniatur.
Nuoce pure un’ intemperatissima ambizione; in quantoche, avendo in mira la celebrità, non si pensa più al veroufficio di chi insegna, ehe, per valermi d’un modo usatodi dire, è frangere il pane. Nella scuola non si tratta micadi far sublimi dissertazioni, tendenti a far abbracciare dot-trine create da una fervida immaginazione e dettate conmagnifico stile; ma si domanda che le verità sieno pro-poste con ordine e con siffatta chiarezza che non sola-mente si debba capire, ma non si possa non capire.
Il contegno di chi è addetto al pubblico insegnamentodeve essere egualmente discosto dalla soverchia famiglia-rità e dalla soverchia rigidezza: deve esser quello d’unpadre. Ma qui avverto che non so acconciarmi all’usanzapressoché generalmente invalsa nel nostro secolo, che igenitori trattino con amichevole dimestichezza i lorofigliuoli. Io parto dalle leggi della natura, e dico: la re-lazione che esiste tra i genitori ed i figliuoli è di propriogenere, non si pili» pareggiare a vcrun altra; il padrenon è un sovrano, non un giudice, non un fratello, nonun amico, ma è padre; i figliuoli non debbono aver pauradei loro genitori, ma debbono averne timore, vale a direun’affettuosa riverenza. Ma lasciamo da parte i ragiona-menti c veniamo al fatto, lo osservo che in quelle casedove regna un’illimitata famigliarità tra padre e figliuoli,non vi è ordine; quel che devesi fare, o non si fa, o sifa male. Un fanciullo non arriva ancora a pensare chequando un padre s’abbassa a voler esser amico, è dece-vole di prevenirne tutti i desiderii; e dappoiché vernic iaragione, non indugiano a venire le passioni, che cieche