” 168 =
Era la sesta feria: all’occidente
La nona ora segnando il sol volgea,Ora solenne, in cui l’Ostia innocenteQuivi spirò del fallir nostro rea;Quando vide Goffredo la sua gente,Dall’alto della macchina che ardea,Desistere dall'opre, e vincitoriNei tre diversi assalti i difensori:
E, infiammalo negli occhi e nel sembianteGridava, della man mostrando il sole:
— Su, Fedeli, per Dio ! questo è l’istante.Gerusalemme è nostra, Iddio lo vuole.
Udir le turbe sfiduciate e affrante,
0 indovinar dal cenno le parole,
E irrupper forti di novella spemeDell’assalto a tentar le prove estreme.
Altri ai mangani gravi, altri alla diraFatica dei monlon torna fremente,
Uhi frombola o dardeggia, o leva o aggiraCastelli e scale, e poggia arditamente:
Una gran torma a tutta forza tira '
La catena ond’è avvinto il legno ardente,flou leve altri il sospinge, e già tentennaIl merlo e scroscia, e di cadere accenna.
Quei che il mezzo tenean della IalinaTorre, tra il fumo, il vampo e la pauraDella fiamma ascendente è ornai vicina,Scampo non hanno fuor che sulle mura:Nel trambusto angoscioso si dechinaDa un temerario il ponte alla ventura:
E in quella cede, pende, e con fracassaDirupa il merlo sfracellalo al basso.
I più vicini all’orlo dello spaltoNe van con esso a precipizio, e restaSpazzato il muro in faccia al novo assalto.Che dal ponte calato gli si appresta;
11 destro vide e si slanciò d’ un saltoLetoldo tutto acciai’ dai piè alla testa ;Seguitollo Engelberto, due germaniNati di Fiandra negli erbosi piani.