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Per entro al polverio spessi baleniDi brocchier, di corazze e di barbuteDardeggiano negli occhi ai Saraceni,
Che, l’aria empiendo d’alte stride acute,Voltan le spalle in l’uria ai terrapieni,
E, disperala la comun salute,
Irti i capegli, pallida la faccia,
Ognun sè stesso di salvar procaccia.
Nella città Goffredo dalla vetta
Della sua torre allor ratto si scaglia;
Una gran trave altri dal ponte gettaPer trapassar da quello alla muraglia;L’un l’altro sospingendo con gran frettaDi tragittar fra i primi si travaglia :Sgombra così la mole, in poco d’oraL’incendio la ravvolve e la divora.
Già della croce sventola il vessilloSull’alto delle mura inalberato,
E delle franche trombe il lieto squillaAnnunzia la vittoria in ogni lato.
Ma ai baluardi, onde il terror partillo.
Era frattanto l’infedel tornatoRespintovi dai capi e a gran furorePiombava sul drappello assalitore.
Se non che sempre si rinforza e cresceLa stdiiera prima all’impeto ineguale,
Cbè nova e nova gente vi si mescePer le funi salita e per le scale,
Mentre dall’ampie brecce altri riesceDe’ nemici alle spalle, e gli urta e assale.Sicché fuggenti disperatamenteEmpion le vie della citlà dolente.
Da borea intanto ancor salda ostinataL’una e l’altr’oste' si travaglia e dura:Tornante sempre, sempre repulsalaE la latina gente dalle mura;
Quand’ecco, e non sa come, scompiglialaVede urtarsi, e da sùbita pauraDe’circoncisi, la caterva còltaIn un momento rompersi, e dar volta.