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Tomo primo.
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per il fosforo, e quattro per il turac-ciolo. Il fosforo si taglia in pezzetti, sipone nel tubo, e questo si copre al-l’istante con un turacciolo ; riscaldan-dosi con precauzione la parte in cui sitrova il fosforo, questo si fonde subita-mente, riceve raffreddandosi la formadel tubo, e l’accendi-lume è fatto.

§. 26. Per servirsene basta stro-finare leggermente con un solfanellocomune il piccolo strato di fosforo, delquale una piccola porzione rimane ade-rente al solfanello, e quindi strofinandoquesto pure leggermente su di un pezzodi feltro o di panno, di carta, o anchesul turacciolo stesso il fosforo s’infiam-ma, e il solfanello si accende. Si è pro-vato che un grano e un quarto di fo-sforo bastano ad accendere più di centosolfanelli, e il direttore di questo Dizio-nario avendo sostituito al solfanello unsottile pezzetto di legno di Abete bens'ecco, e tagliato quando la pianta è piùricca di resina, od anche degli steli dicanapaccio ben secchi, vi tolse anchel’odore incomodo di zolfo.

Accendi-lume ossigenali.

§. 27. Nel 1811 il sig. Chevalierpropose questo accendi-lume, resosiornai dovunque volgare e comunissimo.

§. 28. Ove lo si voglia costruireprendesi una parte di zolfo e tre parti diclorato di potassa (muriato sopra-ossi-genato di potassa). Si macinano questedue sostanze separatamente essendo ne-cessaria tale cautela per evitare il perico-lo d' una esplosione che potrebbe nasce-re dal calore prodotto in forza dell’attri-to ; lavasi il fior di zolfo affine di toglier-gli ogni più minuta porzione di acidozolforoso di cui fosse impregnato, e losi fa ben asciugare; quindi si mescolanole due polveri con una carta, ma senzaprodurre verun attrito nè percussione.Incorporasi nel miscuglio un poco digomma dragante, per dargli consistenza,

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poneiidovene il meno possibile, e vi siaggiunge un poco di licopodio, e si co-lora in rosso col cinabro, o in azzurrocoll’ indaco. Procurerassi inoltre deipiccoli legnelli sottilissimi, una dellepunte dei quali sia coperta d’un pocodi zolfo; questa stessa punta s’investa delmiscuglio sopra descritto, cosicché vene resti attaccata una piccola pallottolagrossa come una testa di spilla ; poscia,per far seccare questi legnetti, si pian-tino in un piatto, od altro, ripieno disabbia per la punta non coperta delmescuglio, e volendo operare più pron-tamente, pongansi in una stufa. Quan-do questi legnetti sono asciutti bastatuffarli in una boccetta contenente del-l’acido zolforico, e subito ritirarli, e lapallottola si accende, dà fuoco allo zol-fo, e questo al legnetto. Siccome perònel tuffare questi solfanelli ossigenatinell’acido essi ne trarrebbero seco unaquantità eccedente, la quale all’ attodell’ infiammazione sarebbe spruzzataall’ intorno, col pericolo di guastare ivestiti, così si usa porre nella boccet-ta un poco di amianto, che tiene l’a-cido solforico a guisa di spugna, e nonne lascia prendere al solfanello se nonche la quantità occorrente per accen-derlo. Si fa poi uso di amianto, perchèquesta sostanza non è attaccabile dagliacidi, come lo sarebbe il cotone, oduna spugna. Trovansi in commercio abuonissimo prezzo astucci che rinchiu-dono una certa quantità di solfanelli,e la boccetta con l’amianto e l’acidosolforico.

§. 29. La cagione della accensionedi questi solfanelli è facile da inten-dersi. L’acido solforico nel quale sibagnano, decompone istantaneamente,e con produzione di-calore, il cloratodi potassa, ed anche l’acido clorico ;l’ossigeno di quest’ultimo portasi su-bito sul licopodio e sullo zolfo, e vi