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e piana, senza indugi, ma con robustez-ia di ragioni fondate sull’ esperienza.Finalmente si disprezza la piccola molede’nostri libri agrari, che d’ ordinariosono brevi. Non saprei che dire. Per mesono altrettanti pregi questi difetti.Nonso se il soverchio amore per la mia pa-tria m’inganna. Dirò solo che per essiappunto io antepongo di consigliare lalettura de’nostri a perferenza degli stra-nieri, i quali poi scrissero per climi eper terreni di natura ordinariamentedalla nostra assai diversa.
§. 556. Che se vengami il pruritod’alìettarroi e di istruirmi eruditamen-te, anche senz’ aprire le Georgiche diVirgilio ed il libro degli Orti di Colu-mella,X Alamanni, lo Spolverini, il Ba-ruffaldi , il Miniscalchi ed altri parec-chi mi prestano questo servigio. Alloraanzi mi sento dominato da un orgoglionazionale, mentre non v’è forse nazionela quale abbia trattati in poesia con tan-ta eleganza e giustezza di precetti argo-menti d’economia campestre, quanto l’i-taliana. Se non erro le muse stranierehanno un gran campo intatto su questoargomento da percorrere, spaziando en-tro il quale potranno fregiarsi di nuoviallori.
§. S5y. A questi saputelli nostriche tanto corrono dietro alle cose stra-niere, risovvenga che sugli autori geor-gici che abbiamo, potranno studiare laloro lingua ; cosa che non è' di verunaaltra nazione. Sì, sull’ Alamanni, Da-vanzali, Rucellai , Vettori , Soderinipotranno erudirsi intorno alla linguanostra, cui ogni giorno cercasi d’im-brattare con nuovi sconci vocaboli. Co-sì i libri usciti a questi ultimi giorni diagrario argomento fossero scritti a do-vere secondo le pure frasi del nostrolinguaggio, anche senza spargerle deiriboboli toscani. Siccome mi sono pre-fisso di esprimere ciò che penso, io di-
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rò che il pregio il quale assolutamentepuò stabilirsi che manca in generale al-le opere georgiche nostrali,' è appuntola purità della lingua e l’eleganza dellostile. Pochi sonosi fatti un dovere diornarne i loro scritti.
§. 558. Forse con più ragione po-trebbe taluno andare ricercando fra glistranieri, oltre i libri sulla- coltivazionedegli alberi, quelli che trattano dell’ ar-chitettura campestre ; avvegnaché esa-minando quanto ne scrissero a questiultimi giorni gli oltremontani, e para-gonando i loro precetti a quello si usada noi in proposito particolarmente del-le fabbriche che servono di abitazioneagli agricoltori, credo che, spogliati del-l’amore delle cose nostre, rileveremo chei loro scritti sono più eleganti, ed offro-no più belle piante e disegni. Le nostrecase da agricoltore, almeno in una granparte deH’Ilalia,possono preferirsi. Tac-cio di alcune pratiche d’economia fami-liari agli oltremontani, ed appena notefra noi. Se però l’arte di conservare igrani, sulla quale tanto si è scritto aquesti ultimi tempi, merita che chi giun-se a perfezionarla venga distinto dallafolla degli altri, qual elogio non faremonoi al nostro Bartolommeo Interi, cheil primo immaginò le stufe pe’grani.
§. 559 . E verissimo che in Italia poca o nessuna premura si ha d’intro-durre la coltivazione di molti alberistranieri, che forse gioverebbe assaissi-mo nell’attuale penuria di legna da la-voro e da consumo. Noi ne manchiamoassai. Un fallo che possiamo rimprove-rare a molti de’nostri scrittori, è nel no-minare le piante. Sopo tuttavia restii dalvolere adottare la nomenclatura botani-ca -, ond’ è che alcune volte non bens’intende di qual cosa un autore abbiainteso di ragionare.
§. 56o. Tutto ciò vuol dire cheIper alcuni capi ed in parecchi articoli