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ripeterle, e che finiscono col portare
grave danno alla causa per cui si scrive.
In mezzo a questa lotta curiosa, noiintanto vediamo che la massima partedegli aratri fino ad ora proposti non sihanno veramente quei miglioramenti che1’ agricoltura si aspetta : e parte per que-sto motivo, parte perchè si credono in-gannati dai pomposi elogi che sempre, eindistintamente si ripetono ora ad unoed ora ad un altro aratro, in moltissimipaesi si continua, con una certa predile-zione, nell’ uso di quell’ aratro che daipropri! maggiori si ereditava.
Noi dunque, ripetiamo quanto di-cemmo costantemente, cioè : non doversioffrire die l'ideale di un aratro perfetto;ed errare grandemente coloro che unaratro universale proposero o propongo-no, volendolo adatto ad ogni qualità disuolo tenace o leggiero, ad ogni speciedi coltivazione, ai profondi dissodamenti,ai profondi ed ai superficiali lavori, adogni specie e qualità di animali, sianocavalli o bovi, robusti e grandi, debolie piccoli : nò si creda che il regolatorerimedii alle varie differenze qui accennate,come credono alcuni, perchè esso nonrimedia che di poco c soltanto ad alcunecircostanze, e quindi che 1’ aratro devevariare di forma a tenore della natura estato accidentale del terreno, ed a tenoredella qualità e profondità del lavoro cherlevesi eseguire ; per cui ciò eh’ è ottimoin un luogo è cattivo in un altro. E pas-sando in rassegna alcuni aratri moderni,e supposti i principali, ben si vedrà con-fermata la emessa sentenza.
Dillallo i Romani si avevano puretre specie di aratro, come c’ insegnanoMarrone ( lib. I, cap. 29), Catone ( cap. 1 55 ), Palladio ( lib. I, T. l \5 ),e Plinio (lib. XVIII, cap. 18 e 20 ).Essi adoperavano il cosi detto romanonelle terre forti ; il campano nelle leg-giere ; ed un altro, innominato, serviva
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loro a coprire le sementi. E la diversidi forma, di grandezza, ec., che si osserf 3anche al di d’oggi dall’ima all’altra cani'pagua, non la si deve credere siccoin edovuta al caso, e tale da pigliarla a gabbo!ma effetto indispensabile delle cause 1°'cali, e perciò da ritenersi in rilevati 23maggiore di quanto si è fatto fino adesso -E noi fortunati se sorgerà qualcuno 3studiare le cause da cui dipendediversità! giacché, come egregiatnenl eesprimevasi il eh. architetto Torinese sto -M. A. Bossi (Repert. cT Agric. redaff 0dal prof. Ragazzoni, giugno 1 8 4 4 s P°"gina 45 i ) soltanto dopo che si avrà 1,11simile lavoro, potrà apprezzarsi conv e 'nevolmenle il merito di una modificaz 10 'ne qualunque. E tale risultato sperava* 1dai Comizii tenutisi dietro la istituzioni |della Associazione agraria in Piemontema fino ad ora nulla affatto ci è dai®sperare. Da tale esame ne verrebbe pu> eforse ben dimostrato il bisogno di usa 1 ' 3aratri differenti anche per le diverse op e 'razioni distinte sotto i vocaboli Arai* 8 ’Intrasversake, Interzare , Inquartai ' 2ed A rateare (i); e ne verrà pure dimo-strata la necessità di migliorare anche n*Italia gli aratri e gli strumenti congenericome si esprimeva il coltissimo sig. 6ri"-seppe de Vincenzi, in un bellissimo di-scorso non lui guari pubblicato ( Accp 11 'la, 18.42). E diciamo anche in Ital ,a >perchè non si creda che in Francia e n 1Inghilterra si corrano in modo differeiH ele bisogna. No. Anche ivi vedemmo p eS ”simi aratri ; e a chi non prestasse i e 'de alle nostre parole, diremo col baroo 3Rapiti n= che nelle cinque seste p al11della Francia gli strumenti uralorii ha OIlt |ancora la forma più grossolana, sono c° 5 |mal combinati, si prestano si male 3
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(1) Verbo mato da Plinio trattovocabolo aratro (lib. X Vili, cap* )■