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materia della lingua ha il primo luogo nei dialoghi; ma non dovevaaffermarsi esser essa presso che l’unica, e presentarvisi Dante piut-tosto come grammatico che come altissimo poeta. Si illustranoeziandio, nè raramente, le bellezze dei concetti, delle invenzioni,dei sentimenti; e ciò talora è fatto in due, o poche più parole:usanza dei sommi maestri, che il bello, il qual sempre colpisce inun tratto, altrui pure in un tratto rilevano e fan manifesto. Ciò chein questi dialoghi io veda mancare, dispregiar non mi fa quel ch’iovi trovo; e le molte cose con verità dichiarate, mi fanno indul-gente su quelle poche che male si spiegano.
Co’ quali scritti mentre il Cesari mostrava sè peritissimo dinostra lingua, in altrui pure ne destava l’amore o vi raffinava laconoscenza. Al qual fine laudevole intese egli pure con altre fa-tiche; una di lena grandissima, le altre di minore; e di pazienzatutte, governata da buon criterio. Consistono queste dalle accurateristampe dello Specchio di vera penitenza del Passavanti , delleVite dei Santi Padri, dei Fioretti dis. Francesco; volgari di venaperpetua d’oro purissimo; e della Vita del Colombini, scritta daFeo Beicari nel secolo decimo quinto, con la lingua bellissimadel precedente: e consiste quella dalla ristampa del Vocabolariodegli Accademici della Crusca. Non vuol negarsi, che siano in que-st’opera omissioni ed errori. Ma chi mai potè fare o rifar dizio-nari con piena felicità di eseguimento? Sarebbe adunque, non chescortesia, ma ingiustizia, il non patir nel Cesari i comuni peccati.E se paia averne egli commessi di troppi, dee farne inchinevoli aperdonanza la copia grandissima delle aggiunte, che in parole edin modi, in significati ed esempi, giungono a quasi cinquanta mila.So che molte di queste aggiunte putir si dissero di cimitero, eperciò indegne al tutto delle moderne scritture. L’uno e l’altroconcedo di facile; ma non per questo riprendo il Cesari che le haregistrate, convinto, che doppio è il fine dei dizionari; l’uno, digiovare a chi scrive; l’altro, di soccorrer chi legge. E come in-tender potrebbonsi gli antichi libri, fondamento di nostra lingua,se il Vocabolario non ne dichiarasse le strane voci, e tutte 1’ altreche sono fuori dell’uso? A quel doppio fine rivolto sempre ebberl’animo i nostri maggiori; e il Cesari pose suo piede nelle sicureorme di loro. Ripresi quelli aspramente, ne fu pur egli aspramenteripreso. Ma dardo d’ingiusta censura si rintuzza sempre sull’u-sbergo saldissimo della ragione. E la ragione, per ciò stésso che