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Storia della Accademia della Crusca e rapporti ed elogi editi ed inediti detti in varie adunanze solenni della medesima / dal segretario ... Gio. Batista Zannoni
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3.VJ

sopra è detto, i Vocabolaristi favorisce ed il Cesari; clic pur dinostra lingua pensò saviamente. Se ne han le prove nella disser-ta sione sullo stato presente della lingua italiana. Corrotto il la-tino, ( reco or i sensi or le parole stesse del Cesari ) nacqueroin Italia diversi dialetti; gli altri rugginosi e goffi; gentile il' toscano. Per questo suo pregio, si sparse il toscano per tuttaItalia: chè il comune linguaggio è una chimera. Gl’Italiani nonhanno, nè mai ebbero altro linguaggio clic il toscano, in cuiscrissero: nessuno scrisse mai nel proprio dialetto, se non perciancia ; e in Italia , questa lingua comune, da tutti parlata comenatia, non c’è, nè fu mai. La nettezza, la proprietà, e quelcolai nativo splendore apparisce in tutti gli scrittori del trecento,non esclusi i Libri dei mercatanti c gli Stralti delle gabelle. Lapurità ingenua, il nitor singolare della lingua, dopo il trecento,più non apparve. I migliori scrittori del secolo decimo sestoriformami la lingua, già scaduta nel precedente, sopra i Tre-centisti; e chi meglio da loro ritrasse, ebbe fama di più beldicitore. Come questi recar poterono accrescimenti alla lingua;cosi altri il potranno. Dee però solo concedersi a coloro chene hanno il puro senso: in prima ai Toscani, che l’iian suc-chiata col latte; e poscia a quelli del resto d’Italia , che per locontinuo leggere e studiar negli antichi, v’ han preso pratica ericevutone il sugo. Così le nuove voci sentiranno del primoceppo, e della pura sorgente, e saran quelle, delle quali vera-mente manca la lingua; che novità non vi si dee poter intro-durre, senza vero bisogno.

Si disse adunque menzogna quando si disse, che il Cesarinè commendò nè tenne per buone che le parole e le manieredel trecento. Se questa sentenza gli sedeva nell’ animo; nè ciò,che di lui or sopra recai, avrebbe egli scritto; nè tanto com-mendato e difeso il volgare del Davanzati, e quel dei comicinostri del secolo decimo sesto, nella bella e vigorosissima Apo-logia dello stil comico fiorentino ; nè questo adoperato a far vol-gari le Commedie di Terenzio; nè affermato, che Terenzio me-desimo dovrebbe alla lingua ed ai comici fiorentini portar in-vidia; perchè a far parlare il popolo con sale, vivacità, leggia-dria , cotesta lingua vale ed opera sì, che a gran pezza nonperviene la latina: opinione avvalorata dall’aversi per fermo ,che l’idioma nostro molto ritragga dell’attico; le cui grazie, al