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giudizio del sapientissimo Quintiliano , mai non potè aggiugnerela Commedia romana. Per lo che è da darsi ragione al Machia-velli, che la commedia italiana vuole scritta nel volgar fioren-tino ; perchè se d’una parte, egli dice, lo specchio è in essa pro-posto di una vita privata, non può questo farsi dall’altra, senon con certa urbanità, e con termini che muovano a riso ;acciocché gli uomini, correndo a quella dilettazione, gustino poil’esempio utile che vi è sotto. Voglia Dio,'che questa verissimasentenza, che a gran danno delle italiche glorie non scese mainel cor del Goldoni, che per alcun tempo visse in Toscana ,scenda in quello degli odierni scrittori di commedie; perchèalrnen coll’industria più vicini si facciano a lui, che per forzad’ingegno, cognizioni di natura, e ricchezza di caratteri e d’in-cidenti, va, s’io non erro, principe tra i comici d’ogni nazionee d’ogni memoria.
Del resto, se il Cesari volgarizzò Terenzio colle parole e lemaniere che adoperarono i comici nostri; non sempre però tro-viam queste acconciarsi all’originale, che meglio talor rende-rebbero i modi della lingua parlata. Poiché di questa ei nonvolle aver cura, lo studio e il valor grandissimo nella scrittanon poteron salvarlo dall’errar nell’uso; di che è la voce vivadel popolo certissima insegnatrice. Ciò testimoniano i libri dilui; si i memorati, e sì quei che tralascio; sì gli originali, esì quelli di traduzione: nei quali tutti, e in ispecial modo neidialoghi sulle Bellezze di Dante, oltre a certo studio smaniosodi far sè in lingua conoscer dotto , incontri voci e maniereanticate, triviali, e proprie più dei componimenti di materiescherzevoli, che di quelli di tema grave e severo. Pertanto, secadde il Cesari in queste sconcezze, che Firenze, anzi Toscana tutta nei libri di lui conosce e riprende; è da tener con fidu-cia, eh’ egli errasse asserendo nella prefazione al Vocabolario ,che più agevolmente dalle penne nostre, che da quelle dei nonToscani , scorrer possano i bassi modi e gl’idiotismi della plebe,per esser noi usi a sentirgli ogni dì nella bocca di lei risonare.E se vi cadd’cgli, sebbene di nostra lingua dottissimo, e noi nonvi cadiamo; è manifesto che questa lingua è nostra, e che l’ado-pra sol per istudio il resto d’Italia . Così il Cesari, che questamassima con le ragioni difese, 1’ afforzò inconsapevole col pro-prio esempio.