in RAGIONAMENTO
fine. Che se l’imitazione fatta in versi recamaggior diletto, come sappiamo, per testi-monianza di tutte le nazioni, che ella fa,bisognerà pur farla in versi. Nè io so vera-mente se più tosto il verso sia stato aggiuntoall’imitazione, o l’imitazione al verso; po-tendo ben credersi che gli uomini, da primavaghi del canto, si accorgessero poscia chesarebbe quello ancora più dilettevole se al-cuna imitazione gli si fosse aggiunta ; e perciò instituissero che i verseggiatori imitar do-vessero alcun fatto, e tanto bene imitarlo,quanto imitar si potesse verseggiando ; il per-chè pare che la poesia sarchile più prestoda definirsi un’arte di verseggiare imitando rche un’arte d’imitare verseggiando. A me cosìpare.
Saranno ancor di quegli che diranno, ilverso opporsi al fine della tragedia; percioc-ché , mostrando apertamente che il fatto nonallora veramente segue quando si rappresen-ta, leva o sminuisce la compassione. I qualiperò io credo che sieno in errore; imperoc-ché può qualche fatto movere la compassione,eziandio che non paja del tutto vero e pre-sente ; anzi se tal fosse, o per tale si aves-se, genererebbe forse una compassimi troppogrande che non piacerebbe a gli uditori, iquali vogliono quella tristezza per diletto. Edè pure il diletto fine principalissimo, comed’ ogni altra poesia, così anche della tragedia.Non son dunque per queste ragioni da rimo-vere dalla tragedia i versi, i quali seryono arender più dilettevole la compassione, e veg-giamo per esperienza quanto piacciono.