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Volume I.
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143
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TERZO. 1^5

contra Santi; di che pare che sia moltoda riprendersi il nostro Boccaccio ; deb-bono esser vili, laide , il qual vizio è tantocomune a gl Italiani , che per ciò meno siavverte nel Boccaccio e nell Ariosto . E per-chè alcune facezie pungono altrui, facendorider quelli che non sono punti, vuoisi averriguardo che non mai si pungano le personeche si credon degne di stima , i poveri emiserabili ; perciocché questi movono la com-passione, e quegli che gli compatiscono, malsoffrono che sien derisi; salvo se i miserabilinon fosser superbi e presuntuosi, perchè al-lora succede il riso alla compassione.

Queste et altre tai regole posson leggersinon solo appresso i retori, ma anche nelGalateo di monsignor della Casa , e più am-piamente nel Cortegiano del Castiglione, ilqual le prese, credio, da Cicerone e daQuintiliano . Vedete però che poche sono epoco vagliono ; ma sappiate che questa virtùdi far ridere è stata sempre stimata difficilis-sima da conseguirsi; perchè quelli che moltovagliono in altre cose, par che a questa sienomeno atti; e quelli che non vagliono se nona far ridere, il fanno bene spesso fuor diproposito, ed oltre a ciò sono vili et abietti,e movono il riso senza meritar lode ; peròdi pochi leggiamo che sieno stati eccellentie da imitarsi. Dicesi che Demostene non seppefar ridere in niun modo. Cicerone lo fece forsetroppo ; certo che non isfuggì a suoi tempila taccia della scurrilità, che noi diremmobuffoneria. Le facezie del nostro Boccaccio