TERZO. I JQ
niuno è quasi in Italia che , volendo par-lar bene, voglia parlare il linguaggio suo.Pex'o si sforzano quasi tutti di allontanarsene;e lasciando le forme e le maniere più pro-prie e particolari della lor provincia, riten-gon quelle solo che son più comuni, e chesperano dover essere più facilmente intese ;e terminando le voci a guisa che le termi-nano i Toscani, s’avvisano a quel modo diparlar bene, ed anche, se a Dio piace, to-scanamente. Così formansi una lor lingua, laqual non parlasi comunemente in niuna pro-vincia , nè altro voglion per essa che farsiintendere ; e se ad alcuno vien voglia di es-sere stimato bel parlatore, s’ingegna di parertale , dando al discorso un bell’ ordine, espargendolo di belle sentenze, e cercandotutti gli altri ornamenti dell’ eloquenza, piùtosto che i vezzi e le grazie della lingua. Ecosì parlano ne i fori e ne i giudicii, e nei consigli pubblici e nelle nobili compagnie,trattando affari d’ ogni maniera, d’ arti, discienze, di mercatura, di pace, di guerra. Etanto son lontani dal cercare verun atticismoo urbanità di lingua italiana, che sono giàalcuni i quali, per parer più vezzosi, affet-tano di non sapere assai ben l’italiano , e vanmescolando al discorso forme e maniere quandofrancesi e quando inglesi. E questo uso tantoha potuto, che s’è introdotto eziandio nellescritture; nelle quali oramai vogliono alcuniche ogni ragionamento si chiami memoria;nè che più dicasi : in ciò che apparitemi allafilosofia, ma: in fatto di filosofia; e pajon