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Volume I.
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179
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TERZO. I JQ

niuno è quasi in Italia che , volendo par-lar bene, voglia parlare il linguaggio suo.Pex'o si sforzano quasi tutti di allontanarsene;e lasciando le forme e le maniere più pro-prie e particolari della lor provincia, riten-gon quelle solo che son più comuni, e chesperano dover essere più facilmente intese ;e terminando le voci a guisa che le termi-nano i Toscani, savvisano a quel modo diparlar bene, ed anche, se a Dio piace, to-scanamente. Così formansi una lor lingua, laqual non parlasi comunemente in niuna pro-vincia , altro voglion per essa che farsiintendere ; e se ad alcuno vien voglia di es-sere stimato bel parlatore, singegna di parertale , dando al discorso un bell ordine, espargendolo di belle sentenze, e cercandotutti gli altri ornamenti dell eloquenza, piùtosto che i vezzi e le grazie della lingua. Ecosì parlano ne i fori e ne i giudicii, e nei consigli pubblici e nelle nobili compagnie,trattando affari d ogni maniera, d arti, discienze, di mercatura, di pace, di guerra. Etanto son lontani dal cercare verun atticismoo urbanità di lingua italiana, che sono giàalcuni i quali, per parer più vezzosi, affet-tano di non sapere assai ben litaliano , e vanmescolando al discorso forme e maniere quandofrancesi e quando inglesi. E questo uso tantoha potuto, che sè introdotto eziandio nellescritture; nelle quali oramai vogliono alcuniche ogni ragionamento si chiami memoria; che più dicasi : in ciò che apparitemi allafilosofia, ma: in fatto di filosofia; e pajon